L’emissione gassosa di Panarea del 2002

La notte tra il 2 e 3 novembre 2002 un piccolo sciame sismico ha preceduto un’intensa attività di degassamento nel tratto di mare ad est dell’isola di Panarea. Panarea fa parte di un grande apparato vulcanico per lo più sommerso, la cui base si trova ad una profondità compresa tra 1200 e 1700 m, di cui la parte emersa rappresenta l’orlo di una depressione vulcano-tettonica di forma ellittica il cui asse maggiore è orientato in direzione Est-Ovest.

L’attività esalativa ha avuto inizio il 3 novembre in 5 zone a profondità variabile da 8 a 30 m (leggi il comunicato stampa).

Questo evento è stato caratterizzato da un’attività esalativa (gas blast) più imponente del solito  che ha rilasciato una enorme quantità di gas (prevalentemente CO2) che in superficie si è manifestata con il mare che “ribolliva” per la risalita del gas. Dall’alto è apparsa una scia “biancastra” in parte dovuta ai sedimenti mobilizzati dal fondo. L’attività anomala di degassamento è proseguita nei giorni successivi , con intensità che è progressivamente diminuita nel tempo, fino al gennaio 2003, quando si è ritornati ai livelli di degassamento iniziali. 

L’eruzione è quindi stata principalmente caratterizzata dall’emissione di gas vulcanici, tra cui il vapore acqueo, il biossido di carbonio (CO2) e il solfuro d’idrogeno (H2S). 

Questo evento ci ricorda la natura geologicamente dinamica dell’arcipelago delle Isole Eolie, situato in una regione sismicamente attiva e caratterizzato da vulcani attivi.

L’emissione gassosa del 2002 a Panarea è stata un evento vulcanico di rilievo per l’arcipelago e ha evidenziato la necessità di monitorare attentamente le aree vulcaniche attive per garantire la sicurezza delle comunità locali e dei visitatori.

Tra le varie attività di monitoraggio dell’area promosse dall’INGV c’è l’installazione nel 2021 di una meda al largo dell’Isola, un nuovo strumento per il monitoraggio in grado di fornire informazioni sui fenomeni che si evolvono nell’ambiente sottomarino. La meda è stata ancorata a una profondità di 23 metri e cablata a un osservatorio fisso sul fondo del mare per l’acquisizione in continuo di lunghe serie di dati chimici e fisici in un ambiente marino reso estremo dai fluidi idrotermali. L’acquisizione di questi dati fornisce indicazioni importanti non solo sullo sviluppo di processi legati a fenomeni sismici e vulcanici ma anche sullo stato dell’ecosistema marino locale, contribuendo allo studio delle misure necessarie per il raggiungimento degli obiettivi di buono stato ambientale fissati nel 2008 dall’Unione Europea con la Direttiva sulla strategia per l’ambiente marino.


a cura del GdL INGVvulcani