Un lungo periodo di freddo, carestie e fiumi ghiacciati: la Piccola Età Glaciale raccontata dalla scienza e dai dipinti dell’epoca
Tra gli ultimi secoli del Medioevo e la metà dell’Ottocento, vaste aree dell’emisfero settentrionale attraversarono diverse fasi caratterizzate da condizioni climatiche più fredde rispetto ai secoli precedenti. Questo lungo intervallo è conosciuto come Little Ice Age, o Piccola Età Glaciale.
Il nome, però, può trarre in inganno. Non si trattò di una vera glaciazione paragonabile alle grandi ere glaciali del passato, né di un periodo uniformemente freddo in tutto il pianeta. Anche i suoi limiti cronologici non sono definiti in modo univoco: a seconda delle regioni e degli indicatori considerati, viene generalmente collocata tra il XIV o XV secolo e la metà del XIX.
Oggi sappiamo inoltre che questo raffreddamento non avvenne contemporaneamente e con la stessa intensità in tutte le aree del mondo. Fu particolarmente evidente nell’Europa e nella regione nord-atlantica, mentre altrove ebbe tempi e caratteristiche differenti. Proprio questa variabilità è una delle ragioni per cui gli studiosi preferiscono considerare la Piccola Età Glaciale non come un unico episodio climatico globale, ma come un periodo caratterizzato da numerose fasi fredde a scala regionale.
Come sappiamo che il clima era più freddo?
Per studiare un periodo in cui le osservazioni meteorologiche strumentali erano ancora rare o del tutto assenti, gli scienziati devono utilizzare vere e proprie tracce lasciate dal clima.
Gli anelli di accrescimento degli alberi, per esempio, possono fornire informazioni sulle temperature e sulle precipitazioni che hanno accompagnato la crescita delle piante. Le carote di ghiaccio estratte dalle calotte polari e dai ghiacciai conservano invece informazioni sulla composizione dell’atmosfera e sulle grandi eruzioni vulcaniche del passato. Sedimenti lacustri e marini, pollini, speleotemi e morene glaciali completano questo grande archivio naturale.
A queste testimonianze si aggiungono le fonti storiche: cronache, diari, registri delle vendemmie e dei raccolti, documenti amministrativi, informazioni sulla navigabilità dei fiumi e descrizioni di eventi meteorologici eccezionali.
È proprio combinando fonti naturali, documenti storici e simulazioni climatiche che è possibile ricostruire con crescente dettaglio il clima degli ultimi secoli.
Inverni rigidi, ghiacciai in avanzata e raccolti difficili
In Europa alcuni degli effetti più evidenti riguardarono gli inverni, spesso particolarmente rigidi durante le fasi più fredde, ma anche le condizioni delle altre stagioni.
Primavere fredde, estati piovose o brevi e gelate precoci potevano ridurre la durata della stagione vegetativa e compromettere i raccolti. In società nelle quali gran parte della popolazione dipendeva direttamente dalla produzione agricola locale, alcuni anni climaticamente sfavorevoli potevano avere conseguenze pesanti.
Il rapporto tra clima e società, tuttavia, non era automatico. Il freddo da solo non provocava necessariamente una carestia. Disponibilità di scorte, organizzazione dei commerci, guerre, tassazione, condizioni economiche e capacità delle istituzioni di intervenire potevano attenuare oppure aggravare gli effetti di un cattivo raccolto. Gli studi storici più recenti considerano quindi le grandi crisi alimentari come il risultato dell’interazione tra eventi climatici sfavorevoli e vulnerabilità già presenti nelle società dell’epoca.
La Piccola Età Glaciale sulle Alpi
Anche l’Italia conserva numerose tracce di questo periodo, soprattutto nelle regioni alpine.
Durante la Piccola Età Glaciale molti ghiacciai delle Alpi avanzarono, raggiungendo estensioni molto maggiori rispetto a quelle attuali. Le morene lasciate dal ghiaccio consentono ancora oggi di ricostruirne le antiche posizioni.
Nelle Alpi italiane sono state studiate in dettaglio le variazioni di numerosi ghiacciai nei gruppi del Monte Bianco, Monte Rosa, Bernina, Ortles-Cevedale e Adamello-Presanella. In molte aree alpine le massime avanzate dell’Olocene recente furono raggiunte proprio durante la Piccola Età Glaciale, con una fase particolarmente importante nei primi decenni del XIX secolo.
Non bisogna tuttavia immaginare i ghiacciai in avanzata continua per cinque secoli. Anche all’interno della Piccola Età Glaciale si alternarono periodi più freddi e periodi relativamente miti, mentre l’estensione dei ghiacciai dipendeva sia dalle temperature sia dalle precipitazioni nevose.
Perché il clima si raffreddò?
Non esiste una sola causa in grado di spiegare l’intera Piccola Età Glaciale. Il quadro che emerge dagli studi climatici è quello di una combinazione di fattori naturali, capaci di interagire tra loro.
Un ruolo particolarmente importante è attribuito alle grandi eruzioni vulcaniche esplosive. Quando grandi quantità di anidride solforosa raggiungono la stratosfera, possono formarsi aerosol capaci di riflettere una parte della radiazione solare nello spazio, producendo per alcuni anni un raffreddamento della superficie terrestre. Le ricostruzioni climatiche mostrano che diverse fasi fredde degli ultimi secoli seguirono importanti eruzioni o sequenze di eruzioni.
Un esempio celebre si verificò alla fine della Piccola Età Glaciale. Nell’aprile del 1815 il vulcano Tambora, nell’attuale Indonesia, produsse una delle più grandi eruzioni esplosive della storia recente. L’estate successiva fu eccezionalmente fredda e piovosa in molte zone dell’Europa e del Nord America: il 1816 è passato alla storia come “l’anno senza estate”. In diverse regioni europee le anomalie meteorologiche contribuirono a cattivi raccolti e difficoltà alimentari.
Un altro fattore studiato è la variabilità dell’attività solare. Tra il 1645 e il 1715 circa si verificò il cosiddetto Minimo di Maunder, un periodo caratterizzato da un numero particolarmente basso di macchie solari. In passato questa fase è stata spesso indicata come una delle cause principali della Piccola Età Glaciale. Gli studi più recenti suggeriscono però maggiore cautela: le variazioni dell’attività solare possono avere contribuito alle oscillazioni climatiche regionali, ma il loro ruolo appare più limitato di quanto ipotizzato in passato.
Anche la circolazione atmosferica e oceanica, l’estensione del ghiaccio marino e la variabilità interna del sistema climatico possono avere amplificato o prolungato alcuni episodi di raffreddamento. Più che tre cause indipendenti, quindi, è utile immaginare un sistema complesso nel quale oceano, atmosfera, ghiacci, vulcani e radiazione solare interagiscono su scale temporali differenti.
Quando il Tamigi divenne una piazza
Oltre alle ricostruzioni scientifiche e ai documenti scritti, della Piccola Età Glaciale possediamo anche testimonianze molto particolari: quelle lasciate dagli artisti.
Uno degli esempi più spettacolari è The Frozen Thames, Looking Eastwards towards Old London Bridge, dipinto da Abraham Hondius nel 1677.
Nella scena il Tamigi appare completamente ghiacciato. Sul fiume si muovono persone e animali e la superficie gelata diventa temporaneamente uno spazio della vita cittadina.

Hondius, Abraham; The Frozen Thames, Looking Eastwards towards Old London Bridge, London; Museum of London
Durante alcuni degli inverni più rigidi tra il XVII e l’inizio del XIX secolo sul Tamigi si svolsero perfino le celebri frost fairs, le “fiere del gelo”: sulla superficie ghiacciata comparivano bancarelle, giochi, punti di ristoro e attività commerciali. L’ultima grande fiera si tenne nel 1814.
Il congelamento del fiume, tuttavia, non dipendeva soltanto dal clima. Il vecchio London Bridge aveva numerose pile molto ravvicinate, che ostacolavano il flusso dell’acqua e favorivano l’accumulo del ghiaccio. La sua demolizione, completata nel 1831, insieme alle successive modifiche del fiume, contribuì a rendere molto più difficile il congelamento del Tamigi nel centro di Londra.
È un dettaglio importante: perfino una testimonianza apparentemente evidente del clima deve essere interpretata tenendo conto delle caratteristiche locali.
Il clima nei dipinti
Scene invernali compaiono con grande frequenza anche nelle opere di artisti come Pieter Bruegel il Vecchio e Hendrick Avercamp. Fiumi e canali ghiacciati, pattinatori, slitte e villaggi innevati fanno parte dell’immaginario artistico dell’Europa settentrionale tra XVI e XVII secolo.
Avercamp, in particolare, dedicò gran parte della propria produzione alle attività quotidiane che si svolgevano sui corsi d’acqua ghiacciati dei Paesi Bassi.
Questi dipinti sono fonti storiche preziose, ma non sono naturalmente strumenti meteorologici. Un artista sceglie che cosa rappresentare, può costruire una scena immaginaria, accentuare alcuni elementi o riprendere modelli pittorici già esistenti. Le opere d’arte non possono quindi dirci, da sole, quale fosse la temperatura di un determinato inverno.
Possono però raccontare qualcosa che gli altri archivi climatici non mostrano altrettanto bene: come le persone vivevano e percepivano quelle condizioni ambientali. Il ghiaccio diventava luogo di lavoro, di incontro e di svago; il freddo entrava nelle attività quotidiane, nell’economia e nella cultura.
In questo senso, un dipinto non sostituisce un anello d’albero, una carota di ghiaccio o un documento meteorologico. Li affianca, restituendo la dimensione umana del clima.
Che cosa ci insegna la Piccola Età Glaciale?
La Piccola Età Glaciale mostra con chiarezza che il clima terrestre presenta una propria variabilità naturale e che anche variazioni relativamente contenute delle condizioni medie possono avere conseguenze importanti sugli ecosistemi e sulle società.
Ma il confronto con il cambiamento climatico attuale richiede attenzione. Il raffreddamento della Piccola Età Glaciale fu irregolare nello spazio e nel tempo, con fasi differenti nelle diverse regioni del pianeta. Il riscaldamento osservato in epoca contemporanea, invece, interessa la quasi totalità del globo e la sua causa principale è ben identificata nell’aumento dei gas serra prodotto dalle attività umane.
Studiare il clima del passato non significa quindi cercare una copia di ciò che sta accadendo oggi. Significa capire meglio la sensibilità del sistema climatico, riconoscere i meccanismi naturali che possono modificarlo e osservare come le società hanno reagito, con maggiore o minore successo, ai cambiamenti dell’ambiente in cui vivevano.
E significa anche imparare a leggere fonti molto diverse tra loro: dal ghiaccio delle Alpi agli anelli degli alberi, dai sedimenti di un lago fino a un dipinto del Tamigi congelato.