Tra il 1992 e il 2017 la calotta glaciale antartica ha perso circa 2.700 miliardi di tonnellate di ghiaccio. È il risultato di uno studio internazionale pubblicato su Nature, che ha combinato osservazioni satellitari e modelli geofisici per ricostruire con maggiore precisione il bilancio di massa dell’Antartide
di Daniele Melini
L’Antartide è una delle regioni chiave per comprendere l’evoluzione del clima terrestre. Le sue calotte glaciali custodiscono una quantità enorme di acqua: si stima che, se il ghiaccio antartico fondesse completamente, il livello medio globale del mare potrebbe aumentare di circa 58 metri.
Naturalmente, non si tratta di uno scenario realistico su scale temporali brevi. Ma anche variazioni molto più contenute nella massa dei ghiacci antartici possono contribuire in modo significativo all’innalzamento del livello del mare.
Quanto ghiaccio ha perso l’Antartide
Lo studio, realizzato dal team internazionale IMBIE, ha analizzato 25 anni di dati, dal 1992 al 2017. I ricercatori hanno combinato diverse tecniche satellitari: misure delle variazioni di volume dei ghiacci, della loro velocità di scorrimento e delle variazioni del campo gravitazionale terrestre.
Il risultato indica che, in questo intervallo di tempo, l’Antartide ha perso complessivamente circa 2.720 miliardi di tonnellate di ghiaccio, equivalenti a un contributo medio all’innalzamento del livello del mare di circa 7,6 millimetri.

- Il collasso del ghiacciaio Larsen-B nella penisola antartica, avvenuto all’inizio del 2002, visto dal satellite Terra della NASA, Credit: NASA/Goddard Space Flight Center
Una perdita che accelera
Uno degli aspetti più importanti dello studio riguarda l’accelerazione del fenomeno. Il tasso di perdita di massa non è rimasto costante: è aumentato nel corso del periodo osservato.
In particolare, la perdita di ghiaccio è risultata molto marcata nell’Antartide occidentale, dove la fusione alla base delle piattaforme glaciali, favorita dal contatto con acque oceaniche più calde, ha contribuito ad accelerare il flusso dei ghiacciai verso il mare.
Anche la Penisola Antartica ha mostrato un aumento della perdita di massa, collegato in parte al collasso di alcune piattaforme glaciali. Più incerta, invece, risulta la stima per l’Antartide orientale, dove i segnali osservati sono più deboli e la ricostruzione è resa più complessa dalla vastità dell’area e dalle incertezze dei modelli.
Perché servono i satelliti
Misurare la massa di una calotta glaciale non è semplice. Non basta osservare quanto ghiaccio appare in superficie: bisogna capire se la calotta sta accumulando neve, se sta perdendo ghiaccio verso l’oceano, se il suo volume cambia e come si modifica il campo gravitazionale associato alla massa glaciale.
Per questo lo studio ha integrato più metodi indipendenti. L’uso combinato di osservazioni satellitari e modelli numerici permette di ridurre le incertezze e di ottenere una stima più solida del bilancio complessivo della calotta.
Il ruolo della crosta terrestre
Alla ricerca ha contribuito personale INGV, che si è occupato dei modelli del sollevamento della crosta terrestre su cui poggiano i ghiacci.
Quando una massa glaciale si riduce, infatti, la crosta terrestre risponde lentamente al cambiamento di carico: è un processo noto come aggiustamento isostatico glaciale. Questo movimento modifica il segnale osservato dai satelliti e deve essere stimato e corretto per isolare il contributo dovuto alla sola variazione della massa di ghiaccio.
In altre parole, per capire quanto ghiaccio si sta davvero perdendo, bisogna distinguere il segnale prodotto dalla fusione da quello dovuto al lento movimento della Terra solida.
Perché questi dati sono importanti
L’innalzamento del livello del mare è uno degli effetti più rilevanti del cambiamento climatico, soprattutto per le aree costiere. Considerando che una parte significativa della popolazione mondiale vive vicino al mare, migliorare le stime sulla perdita di massa delle calotte glaciali è fondamentale per costruire scenari più affidabili e valutare gli impatti futuri sulle società umane.
Il lavoro pubblicato conferma quindi l’importanza di un approccio multidisciplinare: osservazioni satellitari, modelli climatici, geofisica della Terra solida e dinamica dei ghiacci devono essere integrati per comprendere l’evoluzione dell’Antartide e il suo contributo al livello globale del mare.
Lo studio
L’articolo, dal titolo Mass balance of the Antarctic Ice Sheet from 1992 to 2017, è stato pubblicato sulla rivista Nature dal team internazionale IMBIE (Ice Sheet Mass Balance Inter-comparison Exercise).
Il lavoro ha coinvolto un ampio gruppo internazionale di ricerca, con il contributo di studiosi provenienti da 44 Paesi, e ha integrato diverse competenze: osservazioni satellitari, modellistica climatica, dinamica dei ghiacci e geofisica della Terra solida.
Per l’Italia hanno contribuito Daniele Melini dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e Giorgio Spada dell’Università di Urbino, che hanno partecipato alla modellazione dell’aggiustamento isostatico glaciale, cioè il lento movimento della crosta terrestre in risposta alle variazioni di carico dovute alla perdita di ghiaccio.
Foto di copertina di Leonardo Sagnotti, ©PNRA