Nell’Appennino centrale, tra Umbria e Toscana, i paesaggi legati alla tradizione francescana si inseriscono in un contesto geologico la cui storia precede di milioni di anni la presenza umana
di Liliana Minelli e Maria Chiara Piazza
Nel 2026 ricorrono gli ottocento anni dalla morte di San Francesco d’Assisi, una figura che continua a essere associata a numerosi luoghi dell’Italia centrale, tra Umbria e Toscana. Questo anniversario offre l’occasione per osservare questi territori anche da una prospettiva meno immediata ma significativa: quella geologica.
I luoghi legati alla tradizione francescana si collocano infatti all’interno di alcune delle aree più interessanti dell’Appennino centrale dal punto di vista delle scienze della Terra.
Osservare questi paesaggi con uno sguardo geologico consente di ricostruire una storia molto più antica, che precede di milioni di anni la presenza umana. Assisi, città natale del Santo; Gubbio, legata a diversi episodi della tradizione francescana; il santuario della Verna, luogo di ritiro, sono solo alcuni dei siti più noti.
Queste aree, frequentate per il loro valore storico e culturale, condividono una caratteristica meno evidente: si collocano all’interno di un contesto geologico complesso, modellato da processi che si sono sviluppati su scale temporali molto più ampie.
Un territorio nato dal mare
Gran parte dell’Appennino centrale è costituito da rocce sedimentarie: calcari, marne e argille, iniziate a formarsi più di 200 milioni di anni fa in ambienti marini, dall’era geologica del Mesozoico fino al Cenozoico. Per lunghi intervalli di tempo quest’area, che oggi costituisce l’ossatura della catena montuosa, è stata sommersa dalle acque. Sul fondo del mare andavano progressivamente ad accumularsi sedimenti fini e resti di organismi marini.
Nel corso degli ultimi milioni di anni, la convergenza tra la placca africana e quella euroasiatica ha prodotto il sollevamento e la deformazione di questi depositi, dando origine alla catena appenninica.
Le deformazioni delle rocce — dalle pieghe alle faglie, fino all’alternanza di strati più o meno resistenti — sono alla base delle forme del paesaggio attuale.
Qui il territorio conserva tracce di eventi passati: sollevamenti ed erosioni di antichi fondali marini, successioni sedimentarie ben esposte e strutture tettoniche che testimoniano una lunga storia geologica.
Gubbio e la memoria di una crisi globale
Gubbio è un luogo legato alla tradizione francescana, noto anche per la leggenda del lupo. Ma è soprattutto uno dei siti più rilevanti a livello internazionale per lo studio della storia della Terra.
Alle spalle della cittadina di Gubbio, la catena dei monti Eugubini, è tagliata da due valli nette e profonde: la Gola del Bottaccione e la Valle della Contessa. Queste profonde incisioni fluviali hanno permesso di rendere visibile una successione continua di rocce sedimentarie marine che copre un intervallo di tempo di oltre 100 milioni di anni (da 145 Ma a 14 Ma), un intervallo cruciale anche per la storia della Terra.
Proprio qui è stato possibile riconoscere uno dei segnali più evidenti di una grande crisi biologica globale.
La scoperta di Alvarez
Negli anni Settanta un gruppo di ricercatori, tra cui Walter e Luis Alvarez, studiavano queste successioni con l’obiettivo di ricostruire la cronologia degli strati. In un livelletto di argilla rossa e verde, analisi geochimiche misero in evidenza concentrazioni anomale di iridio, un elemento raro nella crosta terrestre ma più comune nei meteoriti. Questa osservazione confermò l’ipotesi dell’impatto di un asteroide avvenuto circa 66 milioni di anni fa, che avrebbe provocato l’estinzione di massa che segnò la fine dei dinosauri.
Il livello Bonarelli
La sezione di Gubbio è oggi uno dei riferimenti globali per lo studio del limite Mesozoico-Cenozoico (limite K-Pg o limite K-T) e rappresenta un esempio emblematico di come le rocce conservino tracce di eventi a scala planetaria.

Le successioni esposte nella Gola del Bottaccione conservano anche un altro primato. All’interno della formazione geologica della Scaglia Bianca è presente un livello scuro, chiamato “livello Bonarelli”, che rappresenta un orizzonte guida per tutta l’area umbro-marchigiana e oltre, facilmente distinguibile dal resto della formazione in cui si trova. Questo strato-chiave prende il nome dal geologo italiano Guido Bonarelli, che lo individuò e lo descrisse alla fine del 1800, evidenziandone l’importanza ai fini petroliferi. Il Livello Bonarelli rappresenta l’espressione sedimentaria di un evento anossico globale avvenuto circa 94 milioni di anni fa. Durante questo periodo, le acque oceaniche subirono fenomeni di stratificazione e stagnazione. Sul fondale marino si instaurarono condizioni di assenza di ossigeno, che favorirono la conservazione di resti fossili di vegetali, pesci e, talvolta, rettili.
L’evento durò circa 400 mila anni ed è associato a profondi cambiamenti nel ciclo globale del carbonio e nel clima. Livelli analoghi e correlabili per età sono noti anche in Nord Africa, Spagna, America Centrale e nei sedimenti oceanici del Nord Atlantico e Pacifico.
La Verna: forme del paesaggio e processi geologici
Il santuario della Verna in Toscana, dove San Francesco ricevette il dono delle Stimmate, rappresenta un altro contesto significativo. Il rilievo su cui è costruito l’eremo francescano è costituito da calcari organogeni e calcareniti, derivanti dalla cementificazione di gusci di molluschi marini, nannoplancton e foraminiferi, che vivevano su vecchi fondali marini circa 20 milioni di anni fa. Il massiccio calcareo poggia su delle argille la cui formazione avveniva in prossimità di un antico oceano, circa 60-80 milioni di anni fa.
Questa configurazione geologica, tipica di molti settori dell’Appennino, contribuisce a generare morfologie articolate: pareti rocciose sub-verticali con blocchi isolati e fratture profonde che spiccano al di sopra di pianori ondulati e verdeggianti.
Il complesso assetto geologico dell’area, che ha portato all’alternanza di livelli più e meno resistenti all’erosione, influenza tuttora la stabilità dei versanti e la distribuzione dei suoli. Questi fattori, a loro volta, contribuiscono a determinare le caratteristiche della copertura vegetale.
La presenza di una foresta mista antichissima e ben conservata — con faggi, abeti bianchi, agrifogli e tassi — è legata anche alle condizioni geomorfologiche e climatiche locali, che hanno favorito la persistenza di ambienti relativamente stabili nel tempo.
Marmore e Greccio
Non lontano da Terni, al confine con il Lazio, si trova il borgo di Greccio, profondamente legato alla figura di San Francesco.
Greccio si trova nella pianura reatina che all’epoca dei Romani era solita impaludarsi.
Nel 271 a.C. iniziarono gli scavi di un canale per drenare le acque del fiume Velino, che defluivano dal lago di Piediluco. Le acque vennero così convogliate nel fiume Nera, dando origine a una cascata artificiale: la Cascata delle Marmore.
Con i suoi 165 metri di dislivello la Cascata delle Marmore è una delle più alte d’Europa. Nei secoli successivi furono apportate modifiche che hanno portato all’attuale aspetto, con gli iconici tre salti.
La Valle Umbra e le acque sorgive
Poco più a nord di Terni si entra nella Valle Umbra, la seconda piana alluvionale dell’Umbria e anticamente occupata da due laghi. “Porta” della valle a sud è la città di Spoleto. Qui in viaggio per diventare cavaliere, Francesco sentì la chiamata a cambiare vita. Risalendo la valle si incontra invece la città di Foligno dove San Francesco vendette il suo cavallo e i suoi beni per restaurare la Chiesa di San Damiano.
Tra le due cittadine c’è un posto a contatto tra le dorsali calcaree dell’Appennino e la piana alluvionale in cui l’acqua fuoriesce dal sottosuolo: le sorgenti del Clitunno. Queste sorgenti sono del tipo così detto di sbarramento, e sono legate alla presenza di una faglia che mette a contatto formazioni rocciose con permeabilità diverse. Questa faglia si trova sul margine orientale della Valle Umbra ed è legata alla fase più recente di estensione dell’Appennino. Taglia e disloca strutture geologiche più antiche, formatesi durante una precedente fase compressiva. In quella fase, pieghe e accavallamenti delle diverse unità rocciose hanno dato origine alle dorsali carbonatiche che osserviamo ancora oggi.
Le acque che si infiltrano nei rilievi montuosi calcarei emergono presso le fonti del Clitunno con un ritardo di circa 5 o 6 mesi rispetto alle piogge, a testimonianza della profondità e dello sviluppo dei percorsi sotterranei.
Qui la morfologia del paesaggio ci racconta il susseguirsi dei processi deformativi che caratterizzano l’Appennino: fenomeni compressivi che generano le montagne, con piegamenti e sovrascorrimenti, seguiti da più recenti fenomeni distensivi che delineano le valli.
Geologia e ambiente: un legame stretto
Le caratteristiche geologiche di un territorio influenzano direttamente molti aspetti ambientali, dalla circolazione delle acque alla distribuzione della vegetazione.
Nel caso dell’Appennino centrale, la natura delle rocce e la loro struttura condizionano:
- la permeabilità dei terreni
- la presenza di sorgenti
- i processi di erosione
Questi elementi contribuiscono a definire ecosistemi specifici e a orientare l’uso del territorio nel corso della storia.
La geologia non rappresenta quindi uno sfondo statico, ma una componente attiva nei sistemi ambientali, in relazione con il clima, la biosfera e le attività umane.
Rocce come archivi del tempo
Le successioni rocciose dell’Appennino costituiscono archivi naturali che permettono di ricostruire ambienti e processi del passato. Fossili microscopici, composizione chimica e caratteristiche sedimentologiche forniscono informazioni sulle condizioni dei mari e degli oceani, sul clima e sugli eventi globali che hanno interessato la Terra.
Il caso di Gubbio dimostra come anche variazioni molto sottili nella composizione di una roccia possano documentare eventi di portata globale.
Una chiave di lettura per il presente
I luoghi legati alla figura di San Francesco sono generalmente interpretati attraverso una prospettiva storica, artistica o religiosa. Affiancare a queste letture una prospettiva geologica non significa sovrapporre ambiti diversi, ma ampliare la comprensione del paesaggio.
Le stesse colline, le stesse rocce e le stesse foreste, sfondo di vicende culturali e sociali, sono il risultato di processi naturali di lunga durata. In questa prospettiva, anche il modo di osservare la natura assume un valore diverso. Nel Cantico delle Creature, gli elementi naturali vengono descritti come parte di un sistema di relazioni. Pur appartenendo a un contesto spirituale, questa visione richiama oggi l’attenzione sull’interconnessione tra le diverse componenti dell’ambiente, un tema centrale anche nelle scienze della Terra.
Anche la geologia contribuisce a questa lettura, mostrando come il paesaggio sia il risultato dell’interazione tra processi fisici, biologici e climatici che si sviluppano nel tempo.
Riconoscere questa dimensione significa leggere il territorio su più livelli: come spazio vissuto dall’uomo, ma anche come sistema complesso modellato nel tempo dai processi geologici.