Posidonia oceanica: un alleato del clima in un Mediterraneo sempre più caldo
Le praterie di Posidonia oceanica sono tra gli ecosistemi più preziosi del Mediterraneo. Oltre a ospitare una ricca biodiversità e a proteggere le coste, contribuiscono ad accumulare carbonio, diventando un prezioso alleato naturale nella lotta ai cambiamenti climatici
di Marina Locritani e Lili Cafarella
Molti la conoscono per le foglie che si accumulano sulle spiagge dopo le mareggiate, ma la Posidonia oceanica è molto più di questo. Si tratta di una pianta marina endemica del Mar Mediterraneo, una delle poche piante superiori che, nel corso della sua evoluzione, è riuscita a colonizzare stabilmente l’ambiente marino.
A differenza delle alghe, la Posidonia possiede radici, rizomi (fusti), foglie, fiori e frutti. Cresce sui fondali costieri, dove forma estese praterie sommerse che possono svilupparsi su fondali sabbiosi a partire da pochi metri fino a 40-50 metri di profondità, laddove la luce è ancora sufficiente per la fotosintesi. La ridotta quantità di luce che raggiunge il fondale marino crea un ambiente difficile per lo sviluppo di piante terrestri, ma Posidonia riesce a crescere rigogliosa anche ad elevata profondità. Una recente ricerca pubblicata su Nature Communications ha identificato un adattamento molecolare che le permette di mantenere un’elevata efficienza fotosintetica anche in ambienti marini con ridotta disponibilità di luce.
Non è soltanto una delle specie simbolo del Mediterraneo. Le praterie che forma rappresentano uno degli ecosistemi più importanti del nostro mare, grazie alla grande quantità di biomassa che produce attraverso la fotosintesi, alla ricchezza della flora e della fauna associate al posidonieto e al loro ruolo nel mantenere l’equilibrio degli ambienti costieri.
La Posidonia svolge una funzione essenziale nella protezione delle coste. Le foglie rallentano il movimento dell’acqua, riducendo l’impatto del moto ondoso sulla costa e i rizomi favoriscono la deposizione dei sedimenti. La prateria cresce sia orizzontalmente sia verticalmente, formando nel tempo strutture chiamate “matte”, che possono raggiungere anche alcuni metri di spessore. Talvolta le foglie possono raggiungere la superficie formando una fitta copertura vegetale che contribuisce ad attenuare l’energia del moto ondoso. Le foglie morte che si accumulano lungo il litorale contribuiscono a ridurre l’erosione provocata dal moto ondoso. Per questo motivo le cosiddette “banquette”, spesso considerate un semplice materiale da rimuovere dalle spiagge, rappresentano in realtà un importante elemento di difesa naturale delle coste.

Grazie all’elevata produzione di ossigeno, all’abbondanza di materia vegetale e alla complessa struttura delle praterie, il posidonieto rappresenta un ambiente ricco di vita che offre rifugio, nutrimento e aree di crescita per numerose specie marine. Anche se solo pochi animali (la salpa e il riccio) si nutrono direttamente delle foglie di Posidonia, si crea una comunità biologica complessa caratterizzata da organismi epibionti (che vivono sulla superficie delle foglie e dei rizomi), numerose specie di pesci, molluschi e crostacei e altri organismi che vivono tra sedimenti, radici e rizomi. Questo particolare ambiente, offrendo rifugio e nutrimento rappresenta un’area di riproduzione ideale per numerose specie. Praterie di Posidonia oceanica sono infatti definite “nursery” per la loro funzione protettiva degli avannotti dai predatori. Si stima che nelle praterie di Posidonia trovi rifugio una quota significativa della biodiversità mediterranea.
Essendo una pianta e non un’alga, la Posidonia si riproduce anche attraverso la fioritura. Tra settembre e ottobre produce piccoli fiori e, alla fine della primavera successiva, matura un frutto galleggiante comunemente noto come “oliva di mare”.

Le foreste sommerse che immagazzinano carbonio
Oltre a sostenere la biodiversità marina e a proteggere le coste dall’erosione, le praterie di Posidonia oceanica svolgono un ruolo importante nel ciclo del carbonio.
Questi ecosistemi rientrano tra quelli definiti Blue Carbon, cioè gli ambienti costieri e marini contribuiscono ad assorbire anidride carbonica e a immagazzinare carbonio nella biomassa vegetale e nei sedimenti. Attraverso la fotosintesi, la Posidonia incorpora carbonio nelle foglie, nei rizomi e nelle radici. Una parte di questo materiale organico viene poi sepolta nei sedimenti che si accumulano tra le strutture della pianta.
Grazie alla crescita lenta ma continua delle praterie e all’accumulo progressivo di sedimenti, il carbonio può rimanere intrappolato per secoli o millenni. Per questo motivo la Posidonia oceanica è considerata uno dei principali ecosistemi di Blue Carbon del Mediterraneo.
La conservazione delle praterie non contribuisce quindi soltanto alla tutela della biodiversità e degli habitat costieri, ma aiuta anche a mantenere questa funzione di accumulo del carbonio. Al contrario, il degrado delle praterie può ridurre la capacità dell’ecosistema di immagazzinare carbonio e compromettere uno dei servizi più importanti che esso fornisce.
Un ecosistema già sotto pressione
Nonostante il suo valore ecologico, la Posidonia oceanica è sottoposta da decenni a numerose pressioni.
L’espansione delle attività costiere, l’intorbidimento delle acque, l’inquinamento, la pesca a strascico, le opere marittime (come la costruzione di porti e dighe che modificano la circolazione e la distribuzione dei sedimenti costieri) e l’ancoraggio delle imbarcazioni possono causare danni diretti alle praterie. In particolare, l’ancoraggio sui fondali colonizzati dalla Posidonia può strappare foglie, rizomi e intere piante, creando aree degradate che richiedono tempi molto lunghi per recuperare.
Gli effetti di queste pressioni sono già visibili in molte aree del Mediterraneo. Diversi studi hanno documentato una regressione delle praterie mediterranee nel corso degli ultimi decenni. Una sintesi delle informazioni disponibili a scala di bacino ha stimato una perdita fino al 34% delle praterie negli ultimi cinquant’anni, dovuta all’azione combinata di pressioni antropiche e cambiamento climatico.
Un Mediterraneo sempre più caldo
A queste pressioni si aggiunge oggi una minaccia crescente: il riscaldamento del mare. Il Mediterraneo è considerato uno degli hotspot mondiali del cambiamento climatico. Negli ultimi decenni la temperatura superficiale del mare è aumentata a un ritmo superiore alla media globale e le proiezioni indicano che questa tendenza continuerà nel corso del XXI secolo.
Particolarmente rilevante è l’aumento delle cosiddette ondate di calore marine, periodi prolungati durante i quali la temperatura dell’acqua rimane eccezionalmente elevata rispetto alle condizioni normali. Questi eventi stanno diventando più frequenti, più intensi e più estesi in tutto il bacino mediterraneo.
Secondo il rapporto European State of the Climate 2025, pubblicato nel 2026 dal Servizio Copernicus per il Cambiamento Climatico e dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale, il Mediterraneo continua a registrare temperature eccezionalmente elevate. Il 2025 è stato il secondo anno più caldo mai osservato e, negli ultimi tre anni il Mediterraneo è stato interessato da ondate di calore marine diffuse, con intensità almeno forte in tutto il bacino e condizioni severe o estreme in ampie porzioni del mare.

Quando il caldo mette in difficoltà la Posidonia
Le ondate di calore marine non rappresentano soltanto un aumento temporaneo della temperatura dell’acqua. Per molti organismi costituiscono una vera forma di stress fisiologico.
Le praterie di Posidonia oceanica sono considerate particolarmente sensibili alle anomalie termiche persistenti. Secondo il rapporto Copernicus, temperature elevate e prolungate possono determinare stress, riduzione della crescita, diminuzione della produttività e aumento della mortalità delle piante.
Anche studi recenti mostrano che le alte temperature possono modificare aspetti fondamentali della fisiologia della Posidonia, influenzando la composizione biochimica delle foglie e il loro valore nutritivo per gli organismi che se ne alimentano. I ricercatori osservano inoltre che l’aumento della frequenza delle ondate di calore potrebbe avere effetti sempre più importanti sul funzionamento dell’intero ecosistema.
Poiché la Posidonia costituisce una specie “fondatrice” dell’ecosistema, gli effetti non riguardano soltanto la pianta stessa. La regressione delle praterie può tradursi nella perdita di habitat per molte specie marine, nella riduzione della biodiversità e in una minore capacità dell’ecosistema di svolgere le proprie funzioni ecologiche.
Proteggere la Posidonia per proteggere il Mediterraneo
La conservazione delle praterie di Posidonia è oggi considerata una delle azioni più importanti per la tutela degli ecosistemi costieri mediterranei.
Negli ultimi anni diversi progetti europei hanno sviluppato interventi dedicati alla protezione e al ripristino delle praterie degradate. Tra questi, il progetto LIFE SeaForest ha promosso sistemi di ormeggio sostenibile, attività di monitoraggio e interventi di ripristino in diverse aree marine protette italiane. Sono state recuperate oltre cento piccole aree danneggiate dagli ancoraggi e messe a dimora più di 1300 talee di Posidonia oceanica provenienti da piante naturalmente sradicate dalle mareggiate.
In un Mediterraneo che continua a riscaldarsi, la tutela di queste praterie non riguarda soltanto la conservazione di una specie simbolo. Significa proteggere un ecosistema che sostiene la biodiversità marina, contribuisce alla stabilità delle coste e aiuta ad accumulare carbonio nei sedimenti marini.Un alleato naturale del clima che, oggi più che mai, ha bisogno di essere protetto.
Approfondimenti
Copernicus Climate Change Service (C3S) & World Meteorological Organization (WMO), 2026.
European State of the Climate 2025.
Copernicus Climate Change Service (C3S), 2026.
Marine heatwaves impacting Mediterranean biodiversity.
LIFE SeaForest Project.
Posidonia meadows as carbon sinks of the Mediterranean.
