Maria Bianca Cita, la geologa che ha raccontato il mare
Dalle aule universitarie agli abissi oceanici, una vita dedicata a leggere la storia della Terra nei sedimenti marini
di Chiara Caricchi e Renata Giulia Lucchi
Una scienziata che guardò in profondità
C’è chi studia la Terra osservandone la superficie e c’è chi ne esplora le profondità, andando fino agli abissi. Maria Bianca Cita appartiene a questa seconda categoria.
È stata una geologa che ha saputo raccontare il mare leggendo le tracce custodite nei suoi fondali, trasformando i sedimenti apparentemente silenziosi in vere e proprie pagine di storia del nostro pianeta. Tra i suoi contributi più importanti vi è la ricostruzione della crisi di salinità del Messiniano, l’evento che circa sei milioni di anni fa trasformò radicalmente il Mediterraneo.

Gli inizi e la carriera accademica
Nata con una forte vocazione per la scienza, si è laureata in Scienze Geologiche all’Università degli Studi di Milano nel 1946, in un periodo in cui la presenza femminile nelle geoscienze era decisamente poco diffusa.
Qui si formò sotto la guida di Ardito Desio. Intraprese una carriera accademica che si svilupperà interamente nello stesso ateneo anche se in continuo contatto con la ricerca internazionale.
Dopo gli anni passati come assistente, ottenne la libera docenza in Geologia e iniziò a insegnare diverse discipline: dalla Micropaleontologia alla Geografia fisica, dalla Geologia applicata alla Stratigrafia.
Nel 1973 diventò professoressa ordinaria, affermandosi come una figura di riferimento per la geologia marina e le scienze della Terra in Italia e nel mondo.

Il ruolo nelle istituzioni scientifiche
Dal 1982 al 1988 diresse il Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Milano, contribuendo allo sviluppo della ricerca e della didattica e a fine carriera venne nominata professoressa emerita, a riconoscimento del suo lungo e produttivo impegno accademico.
Fu la prima donna a diventare presidente della Società Geologica Italiana, aprendo la strada alle generazioni successive.
Il mare come laboratorio naturale
Il cuore della sua attività scientifica non fu solo nelle aule universitarie, anzi, fu una pioniera della ricerca in mare.
A partire dagli anni Sessanta, Maria Bianca Cita partecipò a numerose campagne oceanografiche nazionali e internazionali, contribuendo alle grandi esplorazioni dei fondali oceanici. Fu la seconda donna, e la prima scienziata straniera, ad essere ospite sulla nave da ricerca Glomar Challenger, simbolo delle grandi imprese oceanografiche del Novecento durante il programma americano di perforazione oceanica Deep Sea Drilling Program (DSDP).

Quando il Mediterraneo si prosciugò
Le carote sedimentarie sono un archivio straordinario: strato dopo strato, conservano informazioni su ambienti, climi e trasformazioni avvenute nel corso di milioni di anni.
Attraverso il loro studio, Cita contribuì a ricostruire uno degli eventi più sorprendenti della storia geologica del Mediterraneo: la crisi di salinità del Messiniano (tardo Miocene).
Circa 6 milioni di anni fa, il Mar Mediterraneo attraversò una fase estrema. Il collegamento con l’Oceano Atlantico si interruppe quasi completamente. Il bacino si trasformò progressivamente con un forte abbassamento del livello del mare e la deposizione di enormi quantità di sali.
Le ricerche di Maria Bianca Cita, basate sull’analisi dei sedimenti profondi, hanno fornito prove fondamentali per comprendere questo evento e la sua evoluzione.
Una produzione scientifica fondamentale
Il suo lavoro dimostra come gli oceani siano capaci di registrare cambiamenti ambientali e climatici con impatto su scala globale.
La sua attività scientifica è vasta: è stata autrice di oltre 200 pubblicazioni.
Si è occupata di geologia marina, paleoceanografia, stratigrafia, geodinamica e paleoclimatologia, ed è stata pioniera in diversi temi scientifici iniziati nell’area mediterranea ed esportati poi nel resto del mondo come le tsunamiti e megatorbiditi, i vulcani di fango e i bacini anossici.
La “signora degli abissi”
Soprannominata “la signora degli abissi” dall’equipaggio della nave oceanografica Bannock, partecipò personalmente all’esplorazione dei fondali marini, spingendosi fino a circa 4.000 metri di profondità a bordo del sommergibile Alvin.

Tra gli anni Settanta e Novanta organizzò svariate campagne oceanografiche nel Mediterraneo Orientale insieme a tecnici e giovani ricercatori che con lei muovevano i primi passi negli studi di geologia marina.
La sua eredità
Il contributo di Maria Bianca Cita va oltre le singole scoperte.
Il suo lavoro ha cambiato il modo in cui guardiamo al Mediterraneo e agli oceani, mostrando come anche gli ambienti più profondi conservino una memoria dettagliata del passato della Terra.
La sua eredità è quella di una scienza che esplora, collega e racconta. Una scienza capace di andare in profondità, nello spazio degli abissi e nel tempo geologico del nostro pianeta.
Riconoscimenti
Nel 1986 ricevette il Premio Feltrinelli per le Scienze della Terra dall’Accademia dei Lincei.
Si tratta di uno dei riconoscimenti più prestigiosi nel panorama scientifico italiano, che testimonia l’impatto delle sue ricerche.
