Affrontare la crisi del Mar Morto tra scienza, politica e sostenibilità

Uno sguardo più profondo sul Mar Morto. Oltre il mito, una realtà di conflitti e cambiamenti ambientali

di Paolo Madonia

Quello che vediamo nella foto è il Mar Morto.

Impropriamente definito tale, è in realtà un grande lago salato, il cui contenuto in sali è circa 10 volte superiore a quello medio degli oceani (34% contro il 3,5%).

La sua linea di costa, posta a più di 420 m sotto il livello del mare, rappresenta il luogo più basso di tutte le terre emerse. Costituisce il confine naturale che separa Israele, Cisgiordania e Giordania, teatro oggi di un sanguinoso conflitto che vede coinvolti i popoli israeliano e palestinese.

A tormentare questi luoghi non sono solo le vicende belliche, ma anche profonde trasformazioni ambientali dovute all’azione combinata del cambiamento del clima e delle azioni antropiche.

Il livello delle sue acque sta diminuendo negli ultimi anni al ritmo di circa 1 m l’anno, anche a causa dello sfruttamento per scopi antropici delle falde acquifere nel sottosuolo dello Wadi Mujib ad est, in territorio giordano, e delle acque del fiume Giordano a nord, utilizzate per scopi irrigui da Israele, Giordania e Siria.

Per cercare di scongiurare la distruzione del Mar Morto sono sorti centri di ricerca transnazionali, come l’Arava Institute, che promuove progetti di ricerca finalizzati allo sviluppo di politiche di gestione sostenibile delle acque da parte di tutte le entità territoriali che si affacciano su questo lago, superando confini amministrativi e barriere politico-religiose.

Un esempio di come la scienza possa essere strumento di pace.

Le acque del Wadi Mujib, uno spettacolare canyon ubicato sulla sponda orientale del Mar Morto, del quale è una delle più importanti fonti di alimentazione idrica (foto di P. Madonia)

 

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