Quando la montagna si muove
Fenomeni naturali complessi e imprevedibili, le frane raccontano la fragilità del territorio italiano e la necessità di conoscerlo per proteggerlo
di Patrizia Macrì e Pierfrancesco Burrato
Ogni anno, in Italia, migliaia di frane modificano il paesaggio, interrompono strade, minacciano case e infrastrutture. Sono il segno visibile di un equilibrio naturale che si rompe, eventi spettacolari ma spesso tragici.
La poetessa Marina Cvetaeva scriveva:
“con amara argilla piangono le montagne nelle ore dei distacchi”
un’immagine che restituisce perfettamente la forza e la fragilità di questo fenomeno.
Una frana è, in fondo, la risposta della montagna alla forza di gravità. Quando le piogge, i terremoti o le attività umane rendono instabile un versante, la terra o le rocce cominciano a cedere. Possono farlo lentamente, in modo quasi impercettibile, o con un collasso improvviso.
Studiare le frane significa quindi conoscere il modo in cui il paesaggio reagisce ai propri squilibri. E in un Paese come l’Italia, dove molti comuni sono esposti al rischio idrogeologico, è una conoscenza che riguarda direttamente la sicurezza di tutti i cittadini.

Perché si verifica una frana?
Una frana nasce quando la forza di gravità vince la resistenza del terreno.
Finché queste due forze restano in equilibrio, il versante è stabile. Ma basta poco — un temporale, un terremoto, una perdita d’acqua — per rompere quell’equilibrio e innescare il movimento.
In generale, le cause si dividono in due grandi categorie:
- Aumento delle forze sfavorevoli (le forze motrici).
Quando il terreno si imbeve d’acqua dopo piogge prolungate o nevicate abbondanti, il suo peso cresce e la spinta verso valle diventa più forte. Anche le vibrazioni prodotte da un sisma, le opere di scavo o la rimozione della vegetazione possono accentuare la tendenza al cedimento. - Diminuzione della resistenza (le forze che tengono insieme il pendio).
L’acqua è un fattore chiave anche qui: filtrando tra le fratture o i granuli del terreno, riduce l’attrito e la coesione che tengono unite le particelle. In questo modo il piano di scorrimento diventa più liscio e debole, facilitando il distacco.
In pratica, una frana si verifica quando il versante non riesce più a “tenersi insieme”.
E non serve un evento eccezionale per farlo cedere: a volte è la somma di tanti piccoli cambiamenti — un tubo che perde, una strada scavata male, una stagione piovosa più lunga del solito — a trasformare lentamente una superficie in pendenza in un pericolo.
In altre parole, una frana si verifica quando il versante non riesce più a “tenersi insieme”. E non serve un evento eccezionale per farlo cedere: a volte è la somma di tanti piccoli cambiamenti — un tubo che perde, una strada scavata male, una stagione piovosa più lunga del solito — a trasformare lentamente una pendenza in un pericolo.
Dove si verificano le frane in Italia?
In Italia, le frane non sono un’eccezione: sono una presenza costante del paesaggio. Il nostro è uno dei Paesi europei più esposti al rischio franoso, per via della sua conformazione geologica, della giovane età delle montagne e della forte antropizzazione del territorio.
Secondo i dati dell’ISPRA, che redige la mappa del rischio frane e alluvioni sull’intero territorio nazionale, oltre il 90% dei comuni italiani presenta aree a rischio di frana, alluvione o erosione costiera.
L’Inventario dei Fenomeni Franosi in Italia (IFFI), realizzato dall’ISPRA e dalle Regioni e Province Autonome, fornisce un quadro dettagliato sulla distribuzione dei fenomeni franosi sul territorio italiano ed è consultabile on line.
Le zone più colpite si trovano lungo la dorsale appenninica, sulle Alpi e nelle aree collinari del Sud, dove i terreni argillosi o le rocce fratturate cedono facilmente in presenza di piogge intense. Ma anche le coste e le aree urbanizzate non sono al riparo: basti pensare agli eventi che negli ultimi anni hanno interessato le Cinque Terre, Ischia, la Costiera Amalfitana, la Liguria o la Calabria.
Il contributo dell’INGV
Anche all’INGV, i ricercatori studiano la stabilità dei versanti attraverso osservazioni geofisiche, monitoraggi geodetici, terrestri e satellitari, studi di terreno e modellizzazione numeriche.
Queste indagini, svolte in aree montuose e sui versanti dei vulcani attivi, aiutano a comprendere i segnali che possono anticipare un cedimento, fornendo dati preziosi per la prevenzione e la gestione del rischio idrogeologico. Servono inoltre a capire come l’attività sismica e vulcanica possa innescare frane e innescare rischi a cascata. Un’eruzione ad esempio può innescare una frana che scende lungo i versanti del vulcano. Se la massa di roccia finisce in mare, può addirittura generare uno tsunami. Un terremoto può innescare delle frane (dette sismoindotte) che possono costituire un ostacolo per le operazioni di soccorso.
Dietro ogni frana c’è una combinazione diversa di fattori: la morfologia del terreno, il tipo di roccia, il clima, l’uso del suolo, i processi tettonici attivi (attività sismica e vulcanica). Le frane avvengono naturalmente nei territori montuosi o collinari caratterizzati da versanti molto pendenti e costituiti da rocce fratturate e poco coerenti. Queste caratteristiche morfologiche e geologiche sono un prodotto dell’attività tettonica, per questo motivo terremoti e frane sono strettamente collegati.
Monitorare, studiare e mappare questi processi è essenziale per capire dove e come si muove la Terra e dove il pericolo è più alto. Solo così possiamo imparare a convivere con un territorio vivo, complesso e in continuo cambiamento.
Quanti tipi di frana conosci?
Dietro la parola “frana” si nasconde un’intera famiglia di fenomeni diversi. Ogni movimento del terreno, rapido o lento, superficiale o profondo, racconta una storia geologica distinta.
Studiare queste differenze non è un dettaglio tecnico: significa capire come si muove la montagna, quali rischi ne derivano e quali strumenti mettere in campo.
In un Paese come l’Italia, dove il rischio idrogeologico interessa quasi tutto il territorio, conoscere i diversi tipi di frana non è solo una curiosità scientifica, ma una necessità per la sicurezza e la pianificazione del territorio.
Le frane non sono solo un segnale di pericolo, ma anche la prova tangibile di quanto la Terra sia viva e dinamica.
Dietro ogni movimento del suolo c’è la memoria di piogge, terremoti, variazioni climatiche e interventi umani che, insieme, modellano il paesaggio in cui viviamo.
Capire come e perché la montagna si muove significa imparare a leggere i segnali del territorio e a costruire un rapporto più consapevole con esso.
Le frane, in fondo, sono la voce della montagna che si trasforma: sta a noi imparare ad ascoltarla prima che parli troppo forte.

Per saperne di più: la classificazione delle frane
Non tutte le frane si comportano allo stesso modo. Alcune precipitano in pochi secondi, altre scorrono come fiumi di fango, altre ancora avanzano impercettibilmente per anni.
Per studiarle e prevederne gli effetti, i geologi le classificano in base al tipo di movimento e al materiale coinvolto: roccia, terreno o detriti misti.
Scivolamenti (Sliding)
Gli scivolamenti sono tra i tipi di frana più comuni e avvengono lungo una superficie ben definita, chiamata piano di scorrimento. La massa si muove come un blocco più o meno unitario.
Si dividono in due sottocategorie principali:
- Rotazionali (Slump): Sono caratterizzati da un piano di scorrimento curvo, con la forma di un cucchiaio. Man mano che il terreno scende, la parte superiore della massa di terra ruota leggermente all’indietro e verso l’alto. Questo crea una zona di accumulo alla base e un gradino o “nicchia” in cima.
- Traslazionali: Il movimento avviene lungo una superficie di scorrimento piatta o leggermente ondulata. L’intera massa di terreno (o di roccia) scende mantenendo in gran parte la sua forma originale. Spesso il piano di scorrimento è uno strato di roccia o un’argilla particolarmente debole.
- Scorrimento in blocco: un tipo di scivolamento traslazionale in cui un blocco di roccia si sposta a valle come una massa coerente o in pochi frammenti.
Cadute (Falling)
Questo è il tipo di movimento più veloce e spettacolare. Avviene quando masse di roccia si staccano improvvisamente da pareti molto ripide o verticali. I blocchi cadono liberamente nell’aria, per poi rimbalzare o rotolare alla base del pendio. È tipico delle pareti rocciose esposte e delle falesie.
Ribaltamenti (Toppling)
Si verifica quando colonne o strati di roccia si ribaltano in avanti allontanandosi dal pendio. È come un domino che cade. Questo movimento avviene attorno a un punto basso (il “pivot”) ed è favorito dalla presenza di fratture o giunti nella roccia che sono inclinate nella direzione opposta alla pendenza.
Colamenti (Flow)
In questo caso, il materiale si comporta come un fluido denso, muovendosi in modo caotico e disorganizzato. L’alta velocità è data dalla grande quantità di acqua presente nel terreno. La massa si espande e scorre come un fiume di melma. I tipi principali sono:
- Colate di Terra (Earth Flow): Sono più lente e composte principalmente da materiali a grana fine, come argilla e limo.
- Espansione laterale: è un movimento orizzontale che si verifica quando uno strato di materiale roccioso rigido e compatto si estende e si frattura sopra uno strato sottostante più deformabile (plastico), come argilla o sabbia.
- Colate di Fango (Debris Flow): Sono flussi estremamente rapidi e distruttivi, composti da fango, acqua e frammenti grossolani (roccia, alberi, detriti vari). Possono percorrere lunghe distanze. In ambiente vulcanico, questo tipo particolare di movimento franoso prende il nome di Lahar, ed è costituito dalla mobilizzazione delle ceneri vulcaniche ad opera dell’acqua piovana.
- Valanga di detriti: È caratterizzata dal movimento rapido di un grande volume di terreno e/o roccia lungo un pendio. Si distingue da una frana normale per la notevole distanza percorsa in orizzontale rispetto alla verticale di caduta.
Strisciamento (Creep)
È il movimento di frana più lento in assoluto, a volte impercettibile, misurabile in pochi millimetri o centimetri all’anno. La massa di terreno si muove gradualmente verso il basso per effetto della gravità, amplificato dai cicli di gelo-disgelo (che fanno espandere e contrarre il terreno) e dalla presenza di acqua. Si riconosce dagli alberi che si curvano o dai pali storti sui versanti.
Deformazioni Gravitative Profonde di Versante (DGPV)
Un tipo particolare di frana, non presente nella precedente classificazione, sono le DGPV, lenti e continui movimenti di interi tratti di un versante montano o collinare, che scivolano verso valle. A differenza delle frane “veloci” e improvvise, le DGPV coinvolgono volumi di roccia molto grandi e si muovono con velocità di millimetri o centimetri all’anno, anche per decenni o secoli. Spesso questi movimenti si sviluppano in corrispondenza di faglie attive che producono nel lungo termine le condizioni per l’instabilità di versante.

