Monica Kristensen: una vita di ricerca ed esplorazione ai poli

Dalla Fisica Teorica alle spedizioni polari, Monica Kristensen ha portato la ricerca scientifica nei luoghi più remoti della Terra, contribuendo in modo decisivo a costruire l’Artide come spazio condiviso di scienza

di Ingrid Hunstad

Ci sono carriere scientifiche che si sviluppano prevalentemente nei laboratori e altre che si sono costruite sul campo. Quella di Monica Kristensen si è mossa fin dall’inizio tra rigore teorico, osservazione diretta e una lunga frequentazione delle regioni polari, dove la scienza si confronta con condizioni ambientali estreme e con la necessità di cooperazione internazionale.

Fisica di formazione, glaciologa ed esploratrice, Kristensen ha attraversato discipline e ruoli diversi mantenendo un filo conduttore chiaro: portare la conoscenza scientifica là dove è più difficile raccoglierla e renderla possibile anche nel lungo periodo. Gran parte del suo lavoro si è svolto in Artide e in Antartide come veri e propri laboratori naturali in cui osservare processi fisici fondamentali e costruire infrastrutture durature per la ricerca.

Il suo percorso racconta una scienza fatta di competenze solide e responsabilità crescenti, in un contesto – quello polare – che negli ultimi decenni è diventato centrale non solo per la ricerca, ma anche per le relazioni tra Paesi e comunità scientifiche.

Dalla fisica teorica al “campo” polare

Nata nel 1950 da madre svedese e padre norvegese, Monica Kristensen si è formata inizialmente lontano dai ghiacci. Ha studiato Fisica e Astrofisica all’Università di Oslo, per poi conseguire il dottorato in Fisica Teorica del plasma all’Università di Tromsø. La sua è una formazione teorica, basata su modelli matematici e sistemi complessi, che le ha fornito strumenti analitici destinati a rimanere centrali nel suo modo di fare scienza.

Il primo incarico post-dottorato in Fisica della ionosfera l’ha portata a lavorare alle alte latitudini, dove le osservazioni dirette erano essenziali per comprendere i processi in studio. È in questa fase che l’Artide entra stabilmente nel suo percorso scientifico. Per due anni lavora alle Isole Svalbard, nel piccolo insediamento di Ny-Ålesund, a 79° Nord. In quegli anni il villaggio non era ancora l’hub scientifico internazionale che conosciamo oggi: era un luogo di transizione, ex insediamento minerario con una sola stazione di telemetria satellitare, nata da accordi tra le autorità norvegesi e l’Organizzazione Europea per la Ricerca Spaziale.

In quel contesto isolato Kristensen ha lavorato come unica donna presente stabilmente sul posto, come ricercatrice pienamente operativa in un ambiente che richiedeva autonomia, resistenza fisica e capacità di adattamento. Qui ha condotto ricerche pionieristiche sul vento solare, sulle instabilità ionosferiche e sull’aurora boreale, utilizzando strumenti ottici in condizioni ambientali che imponevano tempi lunghi, pianificazione accurata e una gestione continua dell’imprevisto. I due anni alle Svalbard sono risultati decisivi, sia per i risultati ottenuti, che per la sua formazione professionale.

Dal ghiaccio come oggetto statico al ghiaccio come sistema dinamico

Dopo l’esperienza artica, Monica Kristensen ha ampliato il proprio orizzonte disciplinare. Si è trasferita a Cambridge, dove ha studiato pianificazione delle spedizioni polari e ha conseguito un secondo dottorato in glaciologia. Durante il dottorato e negli anni successivi ha preso parte a numerose campagne di ricerca a bordo di navi oceanografiche nei mari artici. Ha studiato il ghiaccio marino in regioni chiave per la dinamica polare, tra le Svalbard e la Groenlandia, nel Mare di Barents e nello stretto di Fram. È in questo contesto che inizia a concentrarsi sul comportamento fisico delle grandi masse di ghiaccio galleggiante e sulla loro interazione con l’oceano.

Questo interesse scientifico trova un banco di prova decisivo in Antartide, dove Kristensen si confronta con una tema allora quasi inesplorato: comprendere il comportamento fisico degli iceberg tabulari alla deriva.

L’installazione di radar, accelerometri e sensori di deformazione su masse di ghiaccio grandi quanto una città richiede soluzioni tecniche complesse e una presenza continua sul campo. È attraverso queste misure dirette che emerge un risultato chiave: gli iceberg non si comportano come corpi inerti che galleggiano passivamente, ma come sistemi dinamici in grado di interagire attivamente con il moto ondoso dell’oceano. Le sue ricerche mostrano che gli iceberg filtrano le onde a corto periodo e risuonano selettivamente a frequenze legate alla loro geometria e struttura interna.

Questi risultati, pubblicati su Nature, hanno chiarito il ruolo degli iceberg nei processi oceanici, con implicazioni dirette per la modellazione del sistema climatico: la loro frammentazione e il rilascio di acqua dolce influenzano salinità, circolazione e bilancio energetico degli oceani.

Guidare la ricerca in condizioni estreme

Nel corso della sua carriera, Kristensen ha assunto anche ruoli di responsabilità diretta nelle spedizioni polari, in un contesto storicamente dominato da figure maschili. A 38 anni aveva già partecipato a quindici missioni scientifiche tra Artide e Antartide ed è stata la prima donna a guidare una spedizione antartica.

Tra le esperienze più significative vi è la spedizione 90 Degree South, concepita per studiare il continente antartico lungo una rotta ispirata alle storiche esplorazioni di Roald Amundsen. La missione, condotta con slitte trainate da husky e un piccolo team internazionale, fu costretta a interrompersi prima di raggiungere il Polo geografico a causa delle condizioni meteorologiche estreme.

Kristensen ha sempre sottolineato come il valore di quella spedizione non risiedesse nel raggiungimento simbolico della meta, ma nella qualità dei dati raccolti, nell’esperienza maturata e nella capacità di operare in sicurezza in un ambiente ostile. Un approccio che riflette una concezione della ricerca polare fondata sulla responsabilità scientifica, più che sulla retorica dell’impresa.

La nostra intervista a Monica Kristensen

Ny-Ålesund: da avamposto isolato a capitale scientifica dell’Artide

Alla fine degli anni Novanta, il percorso di Kristensen si è intrecciato in modo decisivo con il futuro di Ny-Ålesund. Nel 1998 è stata chiamata a dirigere la Kings Bay AS, la società statale norvegese che rende possibile ogni attività nelle basi scientifiche, da quelle di vita quotidiana alle più complesse operazioni tecnologiche. Si è trattato di un ruolo strategico in cui scienza, logistica, diplomazia e tutela ambientale si sono incontrate.

Sotto la sua direzione, Ny-Ålesund è stato trasformato da piccolo insediamento ereditato dall’epoca mineraria in un hub scientifico internazionale di eccellenza. Kings Bay è diventata un “facilitatore della scienza”. Sono state create infrastrutture moderne, regole condivise, spazi di lavoro e di vita pensati per ospitare ricercatori di discipline diverse e provenienti da molti Paesi.

Visione aerea di Ny-Ålesund

È in quegli anni che, grazie a un accordo tra i governi italiano e norvegese, è nata la base “Dirigibile Italia”, oggi gestita dal CNR e punto di riferimento per la ricerca italiana in Artide.

In poco tempo Ny-Ålesund si è affermata come un luogo in cui la cooperazione scientifica non è rimasta un principio astratto, ma una pratica quotidiana fondata sulla convivenza, sulla condivisione delle infrastrutture e sul rispetto di un ambiente estremamente fragile.

Una visione integrata della ricerca polare

Nel corso della sua carriera, Kristensen ha progressivamente affiancato alla ricerca sul campo strumenti di osservazione sempre più integrati. È stata tra le prime a utilizzare in modo sistematico i dati satellitari per lo studio delle regioni polari, contribuendo al passaggio da una glaciologia descrittiva a una glaciologia quantitativa. Le immagini satellitari sono diventate strumenti per estrarre parametri fisici misurabili – albedo, contenuto d’acqua, densità e rugosità delle superfici ghiacciate – integrati con osservazioni dirette e modelli fisici.

In questo approccio sono confluite fisica, glaciologia, meteorologia operativa e logistica polare come parti di un unico sistema di osservazione delle alte latitudini. Questa visione integrata si è riflessa anche nei riconoscimenti ricevuti: nel 1989 Kristensen ha ottenuto la Founders Gold Medal della Royal Geographical Society per il contributo eccezionale alla ricerca scientifica in Antartide, entrando in un elenco che conta pochissime donne.

Accanto alla ricerca, ha mantenuto una forte attenzione alla responsabilità ambientale e alla gestione sostenibile dei luoghi della scienza, come dimostra il riconoscimento per la gestione dei rifiuti a Ny-Ålesund.

Parallelamente, ha affiancato all’attività scientifica la scrittura di documentari e romanzi ambientati nelle regioni polari, offrendo uno sguardo che restituisce la dimensione umana dell’esplorazione: l’attesa, il rischio, il silenzio, la decisione.

Una scienza che guarda al presente

Oggi Monica Kristensen continua a essere attivamente impegnata in progetti scientifici di rilievo, che spaziano dalla geologia delle Svalbard all’archeologia marina e allo studio dei territori polari come archivi di storia naturale e umana. La sua attività dimostra come la ricerca polare non sia un capitolo concluso, ma un ambito in continua evoluzione, che richiede competenze scientifiche, visione istituzionale e capacità di costruire cooperazione internazionale.

Il ritratto che emerge è quello di una scienziata che ha attraversato confini geografici e disciplinari senza separare mai ricerca, campo e responsabilità.

Ny-Ålesund, oggi, è anche il risultato di questo lavoro: un avamposto scientifico, un laboratorio collettivo in cui la scienza si fonda sulla cooperazione, sul rispetto dell’ambiente e sulla consapevolezza che le regioni polari sono uno dei luoghi in cui il presente e il futuro della ricerca si incontrano più direttamente.


Quando la ricerca diventa anche memoria

Accanto alla ricerca scientifica sulle regioni polari, Monica Kristensen ha sviluppato negli ultimi anni un filone di lavoro meno noto ma altrettanto significativo: lo studio delle tracce materiali lasciate dall’esplorazione umana nelle alte latitudini.

Attraverso progetti di archeologia marina e indagini storiche alle Svalbard e nelle acque artiche, Kristensen utilizza strumenti scientifici per ricostruire spedizioni, relitti e infrastrutture del passato. Il caso dell’idrovolante Latham 47, scomparso nel 1928 durante le ricerche di Umberto Nobile, è uno degli esempi più emblematici di questo approccio.

In queste ricerche, scienza, storia e territorio si intrecciano: l’Artide non è solo un laboratorio naturale, ma anche un luogo che conserva la memoria delle relazioni tra esseri umani, tecnologia e ambienti estremi.

 


 

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