Alla ricerca del polo NORD: la declinazione magnetica
La declinazione magnetica: lo scarto tra il Nord indicato dalla bussola e il Nord reale. Un viaggio millenario di osservazioni e scoperte ha rivelato il dinamismo del campo magnetico terrestre, ancora oggi oggetto di studi
L’ago della bussola non indica il Nord geografico. Chi naviga, esplora o semplicemente ama orientarsi con precisione sa che è necessario correggere la direzione fornita dallo strumento per ottenere la rotta giusta. Questo scarto si chiama declinazione magnetica, ed è uno degli aspetti più affascinanti – e meno stabili – del campo magnetico terrestre.
Per secoli l’umanità si è affidata all’ago magnetico senza sapere che, in realtà, puntava altrove. Solo con il tempo, e grazie a una serie di osservazioni sempre più accurate, si è compreso che il Nord magnetico è mobile, mutevole, imprevedibile. E che per capirlo occorreva studiare la Terra come un gigantesco magnete.
Una scoperta lenta, lunga secoli
I primi riferimenti all’uso della bussola in Europa risalgono al XII secolo. Lo strumento, arrivato probabilmente dall’Asia, era utilizzato dai marinai per orientarsi in mare aperto in assenza di punti di riferimento celesti. Ma la consapevolezza che l’ago magnetico potesse sbagliare strada emerse solo molto più tardi.
Fu probabilmente Cristoforo Colombo, durante la sua traversata atlantica del 1492, a notare per primo una deviazione tra la direzione indicata dalla bussola e il Nord celeste. Un’osservazione che avrebbe avuto implicazioni profonde, ma che all’epoca rimase isolata.
I primi numeri: 6 gradi a Est
Nel 1510, il sacerdote tedesco Giorgio Hartmann compì una delle prime misure note della declinazione magnetica. A Roma rilevò uno scarto di 6° Est, segnando l’inizio di una nuova era: quella in cui si cominciava a quantificare, non solo a osservare.
La strada per comprendere davvero il fenomeno, però, era ancora lunga. Servivano nuovi strumenti concettuali, esperimenti e soprattutto una nuova visione della Terra.
La Terrella e la Terra-magnete
Nel 1600, il medico e scienziato inglese William Gilbert pubblicò il De Magnete, un’opera che gettò le basi della moderna geofisica. In un’epoca in cui la scienza era ancora intrecciata con l’alchimia, Gilbert ebbe un’intuizione rivoluzionaria: la Terra stessa è un gigantesco magnete.

Per dimostrarlo costruì un modellino sferico magnetizzato – la Terrella – con cui riprodusse le linee di forza e il comportamento dell’ago. L’idea che il pianeta potesse generare un proprio campo magnetico interno era nuova e potente. Da quel momento, capire il magnetismo terrestre divenne una sfida scientifica a tutti gli effetti.

Halley, le carte e il loro fallimento
Poco dopo il 1700, l’astronomo Edmund Halley – lo stesso che avrebbe dato il nome alla celebre cometa – cercò di utilizzare la declinazione magnetica per risolvere uno dei grandi problemi della navigazione: determinare la longitudine.
Per farlo realizzò la prima carta di declinazione magnetica dell’Atlantico, frutto di una spedizione a bordo della nave Paramore. L’idea era ingegnosa: se si conosceva la variazione dell’ago magnetico in ogni punto del globo, si poteva stimare la propria posizione.
Ma emerse un problema inaspettato: la declinazione non è costante nel tempo. Le mappe diventavano presto obsolete, vanificando gli sforzi. Nonostante questo, il lavoro di Halley rimane una pietra miliare nella storia del geomagnetismo.

Dati e osservatori: il XIX secolo
Con l’Ottocento arrivarono le prime reti di osservazione sistematica. Nel 1834, Carl Friedrich Gauss fondò l’Unione Magnetica di Göttingen: una rete di osservatori sparsi in Europa – tra cui Milano – con il compito di registrare regolarmente la declinazione e altre componenti del campo geomagnetico.
Grazie a queste osservazioni regolari nacquero le prime serie storiche di dati, fondamentali per capire l’evoluzione del campo magnetico terrestre nel tempo.
Un secolo di spedizioni verso i poli
Il XX secolo vide un crescente interesse per il geomagnetismo. Le ricerche si spinsero verso le regioni polari, alla ricerca della posizione esatta dei poli magnetici. Il magnetismo terrestre si rivelava sempre più dinamico e complesso, collegato a processi profondi e ancora in parte misteriosi.
Nel frattempo, gli osservatori geomagnetici si moltiplicarono e vennero adottati strumenti sempre più precisi per rilevare le variazioni del campo magnetico, comprese quelle quotidiane, stagionali e secolari.
Come si misura oggi la declinazione?
Oggi esiste una fitta rete globale di osservatori geomagnetici che registrano continuamente le variazioni del campo. In Italia, l’INGV gestisce tre osservatori principali: Castello Tesino (Trento), Duronia (Campobasso) e Lampedusa.
A questi si aggiungono i due osservatori italiani in Antartide: uno presso la Stazione Mario Zucchelli (Mare di Ross) e uno a Concordia, nel plateau antartico, in collaborazione con l’Istituto Polare Francese.

La cartografia magnetica
Ogni cinque anni, l’INGV effettua una campagna nazionale di misura che porta alla realizzazione della cartografia magnetica italiana. Le mappe – come quella della declinazione datata 2015.0 – offrono una fotografia aggiornata del campo geomagnetico sulla Penisola e sono strumenti essenziali per ricerca, navigazione e applicazioni tecniche.

Declinazione: una grandezza in movimento
La declinazione magnetica non è fissa. Cambia nel tempo e nello spazio. I poli magnetici si spostano, e con loro varia l’angolo tra il Nord bussola e il Nord vero. Per questo è fondamentale aggiornare costantemente i dati e rendere disponibili strumenti di calcolo dinamici.
Il NOAA ha messo a disposizione una calcolatrice online gratuita che consente di ottenere, inserendo le coordinate geografiche, il valore della declinazione in ogni punto della Terra dal 1750 a oggi:
👉 Calcolatrice online della declinazione magnetica – NOAA
Un campo ancora misterioso
Nonostante secoli di osservazioni e milioni di dati raccolti, l’origine e il funzionamento esatto del campo magnetico terrestre sono ancora oggetto di ricerca. Le sue fluttuazioni, le inversioni dei poli, le anomalie regionali: tutto questo ci ricorda che la Terra è un sistema dinamico e profondamente complesso.
Solo attraverso l’osservazione continua e una visione integrata potremo svelare i segreti del suo nucleo magnetico e del suo comportamento nel tempo.

