Una nuova età per i Neanderthaliani di Roma

La revisione del contesto geologico del sito di Saccopastore offre nuove evidenze sull’età dei resti neanderthaliani rinvenuti a Roma

di Fabrizio Marra

Il ritrovamento nella cava di Saccopastore

Agli inizi del 20 secolo nella cava di ghiaia di Saccopastore, situata nella valle dell’Aniene alla periferia di Roma, furono rinvenuti due crani di Neanderthal. Le tecniche di datazione disponibili in quegli anni assegnarono i ritrovamenti ad un’epoca di circa 125.000 anni fa. I due crani furono trovati in due momenti diversi e a profondità diverse insieme ad altri resti fossili.

Il ritrovamento all’epoca ebbe un notevole impatto poiché furono considerati i più antichi esemplari di Homo neanderthalensis presenti sul territorio italiano. Oggi però, con nuove tecniche geologiche, è stato possibile riesaminare il sito di Saccopastore giungendo alla clamorosa conclusione che questi resti sono più antichi di quello che si pensava,  datandoli a 240.000 anni fa, il doppio di quanto prima ritenuto, rappresentando una delle più antiche testimonianze dirette della presenza di questa specie in Europa.

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Il Professor Sergio Sergi (il primo da sinistra) assieme ad altri studiosi dell’epoca nella cava di ghiaia di Saccopastore, accanto all’affioramento dove egli rinvenne nel 1929 il primo di due crani, indicati in figura da saccopastore I (da Geositi del Territorio di Roma Capitale, a cura della Società Italiana di Geologia Ambientale). Alberto Carlo Blanc e Henri Breuil trovarono il secondo cranio pochi anni più tardi, nel 1935.
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I due crani rinvenuti nella cava di Saccopastore: nell’immagine i calchi fedeli riproduzioni degli originali. Il primo appartiene a un individuo femminile di Neanderthal. Il secondo cranio appartiene ad un maschio neanderthaliano

Le nuove analisi geologiche che riscrivono la cronologia

Le premesse per la nuova datazione risiedono nell’analisi geologica del sito nel quale i crani sono stati ritrovati. L’INGV da due decenni si dedica allo studio delle variazioni del livello del mare e la loro relazione con i cambiamenti climatici globali. Questo tipo di ricerche ha condotto i ricercatori INGV ad analizzare i grandi depositi di ghiaie, come quello di Saccopastore, poiché rappresentano la testimonianza geologica di antiche glaciazioni. Infatti il trasporto della ghiaia ad opera del Tevere e dei suoi affluenti richiede condizioni idrologiche eccezionali, che si verificano solo alla fine delle glaciazioni, quando si verifica l’improvvisa fusione dei ghiacciai. Questo fa aumentare enormemente la portata dei fiumi provocando alluvioni impetuose, trasportando fino alla costa grandi quantità di ciottoli derivanti dall’erosione delle montagne.

Nello schema della figura seguente due strati di ghiaia sono separati da strati di argilla. Identificano così due periodi diversi, corrispondenti a due fluttuazioni del livello del mare molto ravvicinate tra loro.

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I cerchi S1 e S2 identificano la profondità a cui i due crani sono stati trovati. Come si vede nello schema a destra sono stati trovati in due strati di ghiaia.

Un paesaggio in sollevamento continuo

Questi studi hanno anche accertato che l’area laziale si è progressivamente sollevata di oltre 50 metri negli ultimi 250.000 anni. Questo spiega la quota attuale dei depositi di ghiaie che non coincide con quella che ci aspetteremmo considerando l’attuale corso del fiume, ma neanche con quella a cui si dovrebbero trovare le ghiaie di un fiume di 125.000 anni fa.

Tenendo a mente che il momento della loro deposizione deve corrispondere alla fine di una grande glaciazione del passato, è stato quindi possibile risalire alla loro età. La revisione del contesto geologico indica che le ghiaie di Saccopastore sono state deposte dall’Aniene durante due fasi successive alla fine della terzultima glaciazione, tra 240.000 e 220.000 anni fa.

Inoltre, all’interno del deposito ghiaioso di Saccopastore è stato rinvenuto un dente appartenente alla sottospecie del daino moderno Dama dama tiberina. Questa specie visse in Italia solo tra 290.000 e 200.000 anni fa, confermando così l’età più antica dei due crani e escludendo definitivamente la datazione di 125.000 anni originariamente ipotizzata.

Da un lato, questa nuova data dimostra che la comparsa dell’Uomo di Neanderthal fu pressoché contemporanea in tutto il continente europeo. Dall’altro mette in crisi le ipotesi formulate sui flussi migratori grazie ai quali questa specie si sarebbe diffusa, basate essenzialmente sulla differenziazione dalla specie precedente, Homo hedeilbergensis, che sarebbe avvenuta nei territori del nord Europa.


 

 

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