Le isole Svalbard: dal Trattato alla ricerca scientifica

La scoperta delle isole Svalbard risale alla fine del XVI secolo. Da quel momento si sono avvicendate su queste isole varie popolazione che ne hanno sfruttato le risorse senza nessun tipo di regolamentazione. Bisogna aspettare gli inizi del XX secolo per vedere siglato il Trattato delle Svalbard che nonostante sia stato firmato 100 anni fa ancora si dimostra straordinariamente importante per preservare la natura dell’arcipelago.

di Ingrid Hunstad

Le Svalbard sono un arcipelago nel mare Glaciale Artico, posizionate tra i 74 e gli 81° di latitudine nord, e tra i 10 e i 34° di longitudine est.

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Un po’ di storia

Furono scoperte con certezza dall’olandese Willem Barentsz nel 1596 anche se forse furono raggiunte prima da popolazioni scandinave.

Nel 1600 gli inglesi e gli olandesi iniziarono la caccia alla balena groenlandese e ai trichechi. Presto seguirono tedeschi, francesi, norvegesi, danesi e spagnoli e per tutto questo secolo le Svalbard venivano frequentate soltanto da cacciatori. L’intera regione non apparteneva ad alcuno stato. Non esistevano leggi né tribunali.

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Mappa delle esplorazioni artiche del 1599 di Willem Barentsz

Nel 1700 arrivarono i russi a caccia di pellicce e gradualmente decimarono la popolazione di trichechi e balene al punto da risultare non più economicamente vantaggioso navigare fin lassù. Nessuno si interessò più a questo arcipelago che divenne “Terra Nullius”, terra di nessuno.

Le città minerarie

Con la rivoluzione industriale il mondo scoprì di aver bisogno di carbone. Già nel 1600 i cacciatori di balene avevano scoperto che le Svalbard ne erano ricche. Ma è solo nel 1906 che fu fondata la prima Compagnia per l’estrazione del carbone dall’americano John Munroe Longyear (da cui deriva il nome della principale città), la Arctic Coal Company.

Dagli inizi del secolo scorso le compagnie minerarie e le piccole comunità di minatori, norvegesi e russe, furono per molti anni le uniche ad abitare l’arcipelago. Gli insediamenti che nacquero intorno alle miniere sono Longyearbyen, Svea, NyÅlesund, Barentsburg e Pyramiden. Le prime tre abitate da norvegesi, le ultime due da russi. La prima a chiudere nel 1963 fu NyÅlesund, come conseguenza di ripetute esplosioni all’interno della miniera, che costarono la vita a decine di minatori, causate dalla presenza di metano nel sottosuolo. Pyramiden è stata abbandonata negli anni ‘90. A queste città la RAI ha dedicato un documentario, Ghost Town – le isole Svalbard. Con il tempo l’attività mineraria in tutto l’arcipelago si è conclusa e ha lasciato il posto al turismo e alle attività scientifiche.

La storia di NyÅlesund, la più a nord di tutte, merita di essere raccontata.

Fu la protagonista delle prime spedizioni polari, tra il 1926 e il 1928, a bordo dei dirigibili Norge e Italia. Fu il luogo dove alloggiavano i giornalisti e i tanti uomini che componevano la logistica di supporto alle spedizioni.

Circa un anno dopo la chiusura della miniera, nel 1964, le autorità firmarono un accordo con la European Space Research Organisation (ESRO) per l’installazione di un’antenna dedicata alla telemetria satellitare. Questo accordo rappresenta la data di nascita della nuova vita di NyÅlesund nella veste di villaggio scientifico. Oggi è un villaggio speciale, esclusivamente dedicato alle ricerche polari.

Il Trattato

E’ all’inizio dello scorso secolo, quando la popolazione delle Svalbard crebbe grazie allo sfruttamento delle miniere, che si manifestò la necessità di uno stato di diritto per definire i permessi esclusivi sull’utilizzo dei terreni e dei depositi minerari ma anche per la risoluzione delle dispute tra i minatori e le compagnie minerarie. La Norvegia prese l’iniziativa di avviare una negoziazione internazionale prima della I Guerra Mondiale che tuttavia non portò a nulla. L’opportunità si affacciò di nuovo nel 1919 quando la Norvegia, durante la Conferenza di Pace di Versailles, chiese la sovranità sulle Svalbard. Il 4 Febbraio del 1920 14 paesi, tra cui anche l’Italia, firmarono il Trattato che entrò in vigore nel 1925. A questi paesi se ne aggiunsero poi altri, fino a raggiungere il numero attuale di 46.

L’articolo 1 del Trattato, pur attribuendo l’assoluta sovranità Norvegese sulle Svalbard, impose, e impone ancora oggi, qualche limitazione. Attraverso la sua legislazione e amministrazione le autorità norvegesi devono governare l’arcipelago e garantire ai cittadini e alle compagnie delle nazioni firmatarie del Trattato uguali diritti su: 

  • ingresso e residenza alle Svalbard;
  • attività di caccia, di pesca, marittime, industriali, minerarie e commerciali;
  • acquisizione e utilizzazione di proprietà e diritti minerari.

Le autorità norvegesi possono regolare tutte queste attività, ponendo dei limiti o dei divieti, ma sempre secondo un principio di non discriminazione relativo alla nazionalità.

Il trattato delle Svalbard foto dall’archivio del Norwegian Polar Institute

Un articolo chiave del Trattato è il 9 che pone restrizioni militari, ovvero assegna alla Norvegia il compito di impedire la costruzione di fortificazioni e basi navali e il compito di mantenere attiva la Guardia Costiera. Questo articolo è stato fondamentale per assicurare la pace duranti gli anni della guerra fredda quando le due uniche nazionalità presenti erano russe e norvegesi.

Il Trattato ha anche un capitolo dedicato alla protezione dell’ambiente, che stabilisce che la Norvegia deve proteggere le specie animali e vegetali presenti. In virtù di questo articolo, nel 1977 la Norvegia decise di creare una zona di protezione dalla pesca di 200 miglia nautiche intorno alle isole con l’obiettivo di preservare le risorse ittiche.

È sempre grazie all’articolo 9, nel 2019, le autorità norvegesi, preso atto dell’aumento delle temperature nell’Artico, hanno imposto che le ricerche sui cambiamenti climatici e la conservazione dell’ambiente dovessero avere priorità assoluta, nel rispetto della Legge per l’Ambiente delle Svalbard (Svalbard Environmental Act). Per la prima volta dalla firma del Trattato, la Norvegia ha posto dei confini ai temi scientifici e imposto che i risultati delle ricerche debbano essere accessibili a tutta la comunità scientifica internazionale ed essere dunque pubblicati in lingua inglese. Inoltre sono stati posti dei confini esclusivamente ai temi scientifici: alcuni progetti di ricerca, come ad esempio quelle sulle scienze naturali, verranno approvati ma non quelli sulle scienze giuridiche. Per la comunità scientifica italiana non cambia nulla perché tutte le attività hanno già carattere scientifico.

La base Dirigibile Italia

Tra gli edifici resi disponibili per la ricerca c’è anche quello utilizzato dall’Italia. La base Dirigibile Italia è gestita dal CNR ma è a disposizione di tutta la comunità scientifica italiana. È una base permanente di circa 330 m² che comprende laboratori e uffici. Può ospitare al massimo 7 persone in caso di attività scientifica in corso. Gli studi scientifici qui condotti sono coordinati dal Polar Network del CNR e comprendono studi di chimica e fisica dell’atmosfera, biologia marina, ricerca tecnologica, oceanografia/limnologia, studi ambientali, biologia dell’uomo e medicina.

Aurora polare e miniere alle Svalbard, foto di Luca Spogli

Qui l’INGV ha installato la strumentazione per il monitoraggio della ionosfera artica. Fortunatamente quest’anno due ricercatrici INGV hanno svolto l’attività di manutenzione degli strumenti un mese prima che il mondo fosse colpito dalla pandemia da Covid-19. Un collega del CNR è invece rimasto bloccato a NyÅlesund per 5 mesi, e proprio in questi giorni è in rientro in Italia. Qui una sua breve intervista.

Longyearbyen, foto di I. Hunstad

In copertina dipinto di Abraham Storck (1690) raffigurante dei balenieri olandesi.