Scorie radioattive e Deposito Nazionale: facciamo chiarezza

Probabilmente a molti di noi sarà capitato di dover fare una lastra radiografica; quella radiografia comporta un’esposizione limitata e localizzata del nostro corpo ai raggi X. In ambito sanitario vengono spesso utilizzate diverse tecniche per diagnostica e terapia legate alla chimica e fisica nucleare. Queste attività portano alla produzione di scorie radioattive. Ma dove vanno a finire questi rifiuti? Quale è il modo sicuro per trattarli e collocarli? Oggi il problema prende forma con la costituzione di un Deposito Nazionale che sta suscitando molti commenti. Vediamo di fare chiarezza sulla questione.

di Monia Procesi

L’Album Radio-Activity dei Kraftwerk, famoso gruppo tedesco di musica elettronica nato negli anni ’70, è stato probabilmente ascoltato da molti di noi. Il contatore Geiger che apre il pezzo Radioactivity è per molti indimenticabile. L’album è stato prodotto nel ’75 e nasceva come protesta contro il nucleare e in particolare contro le grandi centrali e il profondo impatto che potevano avere sull’ambiente anche con con le scorie radioattive prodotte.

Ma nucleare non significa solo produzione di energia e grandi centrali ma anche tutta una serie di attività che comprendono l’ambito sanitario, quello della ricerca scientifica e industriale.

Un simile malcontento si ripresenta oggi con la discussione circa la realizzazione del Deposito Nazionale per le scorie radioattive. E’ pericoloso? E’ necessario? Possiamo farne a meno?

Le scorie radioattive

Le scorie radioattive non sono tutte uguali. Vengono classificate in tre categorie in funzione del loro grado di pericolosità radiologica, si distinguono quindi rifiuti ad attività 1) molto bassa, 2) bassa e media e 3) alta.

Per i rifiuti ad alta e media attività (per il cui decadimento sono necessari migliaia di anni) è prevista, per alcuni Paesi europei tra cui l’Italia (Direttiva EURATOM 2011/70), lo sviluppo di studi per la localizzazione in Europa di un unico e comune Deposito Geologico Profondo (situato a centinaia di metri di profondità) non temporaneo.

I rifiuti a molto bassa e bassa attività generati in ambito sanitario (diagnostica e terapia), industria, attività di ricerca e negli impianti nucleari disattivati, vanno invece opportunamente trattati e collocati in un Deposito dedicato ed idoneo, collocato sul territorio nazionale. Attualmente, in Italia, tutti questi rifiuti trovano posto in depositi temporanei presenti nei siti degli impianti nucleari disattivati ma che non risultano idonei per una sistemazione definitiva. Per lo smaltimento definitivo infatti è necessario un deposito dotato di barriere ingegneristiche che congiuntamente alle caratteristiche naturali del sito potenzialmente idoneo, possa garantire l’isolamento dei rifiuti radioattivi dall’ambiente fino al decadimento della radioattività a livelli tali da risultare trascurabili per la salute dell’uomo e per gli ecosistemi  (circa 300 anni) (si veda www.depositonazionale.it)

I criteri per la definizione del sito

E’ quindi arrivato il momento per l’Italia, come hanno già fatto o stanno facendo altri paesi europei, di sviluppare il Deposito Nazionale in cui sistemare in modo definitivo i rifiuti radioattivi italiani a molto bassa e bassa attività che risponda pienamente a tutti criteri di sicurezza richiesti. L’Unione Europea (articolo 4 della Direttiva 2011/70) prevede che tale sistemazione definitiva sia nello Stato membro in cui i rifiuti sono stati generati. Inoltre, in attesa della realizzazione del Deposito Geologico Europeo, è previsto che anche i rifiuti a media e alta attività siano stoccati in sicurezza nello stesso sito del Deposito Nazionale, all’interno di una struttura temporanea realizzata ad hoc, denominata Complesso Stoccaggio Alta attività (CSA).

In questo quadro, pochi giorni fa è stata resa pubblica la Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee a ospitare il Deposito Nazionale e Parco Tecnologico (CNAPI) (Figura 1) sviluppata da SOGIN in collaborazione con atenei e centri di ricerca, basata su 28 criteri di selezione proposti da ISPRA (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) e in particolare dall’ISIN*, ben illustrati nel video nel quale è riportata la localizzazione di 67 potenziali aree (www.depositonazionale.it).

Figura 1: Carta Nazionale delle aree Potenzialmente Idonee al Deposito dei rifiuti radioattivi (CNAPI), redatta da SOGIN (Rev. 8 gennaio 2020).

I 28 criteri comprendono 15 Criteri di Esclusione, definiti con lo scopo di escludere le aree del territorio nazionale le cui caratteristiche non rispondo ai requisiti di sicurezza (esempio aree a elevato rischio vulcanico, sismico, idrogeologico, etc) e 13 Criteri di Approfondimento, definiti per valutare se le aree individuate a seguito dell’applicazione dei criteri di esclusione rispondano ancora a determinati parametri di sicurezza (Figura 2) (ad esempio, occorrenza di fenomeni vulcanici secondari tipo degassamento, fenomeni di instabilità dovuti a subsidenza e sollevamento del terreno, impatto su specie animali e habitat a rischio, viabilità, etc.).

Figura 2: Alcuni dei 28 criteri di esclusione e approfondimento proposti dall’ISPRA e utilizzati da SOGIN per lo sviluppo della CNAPI. Le immagini sono estratte dal video disponibile al seguente link

La Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee a ospitare il Deposito Nazionale e Parco Tecnologico (CNAPI) sarà oggetto di una consultazione pubblica che vedrà Regioni, enti locali e soggetti portatori di interessi qualificati esporre le proprie osservazioni e proposte tecniche. A seguito del recepimento di queste osservazioni e proposte si arriverà alla presentazione della Carta Nazionale delle Aree Idonee (CNAI) in accordo con MISE (Ministero dello Sviluppo Economico), ISIN, MATTM (Ministero dell’Ambiente, della Tutela del Territorio e del Mare) e MIT (Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti).

Le caratteristiche tecnologiche

Congiuntamente alle caratteristiche geologiche e ambientali del sito, il Deposito dovrà essere costituito da una struttura con barriere ingegneristiche e barriere naturali poste in serie per il contenimento della radioattività, progettata secondo gli standard IAEA (International Atomic Energy Agency) e dell’ente di controllo ISIN.

Il futuro progetto italiano comprenderà oltre al Deposito Nazionale anche la realizzazione di un Parco Tecnologico, collocato nella stessa area ove verrà realizzato il Deposito,  le cui attività riguarderanno soprattutto la ricerca e l’innovazione nei settori dello smantellamento degli impianti nucleari e della gestione dei rifiuti radioattivi.

Il Deposito Nazionale e Parco Tecnologico sarà costruito all’interno di un’area di circa 150 ettari, di cui 110 dedicati al Deposito e 40 al Parco Tecnologico (www.depositonazionale.it).

Nel dettaglio, all’interno di 90 costruzioni in calcestruzzo armato, dette celle (Figura 3a), verranno collocati grandi contenitori in calcestruzzo speciale, i moduli (Figura 3b), che racchiuderanno a loro volta i contenitori metallici con i rifiuti radioattivi già condizionati, detti manufatti (Figura 3c). Nelle celle verranno sistemati definitivamente circa 78.000 m3 di rifiuti a molto bassa e bassa attività. Una volta completato il riempimento, le celle saranno ricoperte da una collina artificiale di materiali inerti e impermeabili (Figura 3d) che rappresenterà un’ulteriore protezione e permetterà un’armonizzazione dell’infrastruttura con l’ambiente circostante.

Figura 3 a-d: Progetto del Deposito Nazionale, in dettaglio vengono mostrate: a) le celle in calcestruzzo armato; b) i moduli in calcestruzzo speciale; c) i manufatti in metallo con all’interno i rifiuti radioattivi condizionati e d) la collina artificiale che andrà a coprire le intere celle

Il Deposito Nazionale, terminata la sua capacità recettiva, verrà chiuso ed entrerà nell’esercizio di solo monitoraggio, della durata di almeno 300 anni, per poi essere rilasciato privo di vincoli di natura radiologica.

Nei 300 anni necessari a far decadere la radioattività dei rifiuti a molto bassa e bassa attività (fase di controllo istituzionale) la struttura sarà monitorata costantemente per assicurare la massima efficienza delle barriere. Resterà inoltre operativa una rete di monitoraggio ambientale e radiologico nei dintorni del sito.

Al termine dei 300 anni, il contenimento della radioattività residua verrà assicurato dalle caratteristiche geologiche del sito, individuato sulla base dei criteri di localizzazione e confermato attraverso un’analisi di sicurezza di lungo periodo.

Questi scenari contemplano tutte le situazioni normali, anomale e incidentali cui il deposito può essere soggetto.

I progetti Europei

Nei Paesi più vicini a noi troviamo esempi di Depositi definitivi per rifiuti a bassa e media attività? La risposta è sì e sono presenti anche in paesi come la Norvegia (Figura 4) dove non si è mai prodotta energia elettrica da fonte nucleare.

Figura 4: Mappa europea dei Depositi definitivi per rifiuti radioattivi di bassa e media attività

Lo smaltimento delle scorie radioattive è quindi una reale necessità da affrontare e risolvere in modo sicuro per le generazioni di oggi ma soprattutto per quelle che verranno. È necessario affrontare e superare il cosiddetto effetto NIMBY, dall’inglese Not In My Back Yard, ossia “Non nel mio cortile” per cui una comunità locale protesta contro la realizzazione di opere pubbliche che potrebbero avere impatto rilevante sull’ambiente a loro vicino.

È quindi indispensabile per tutti comprendere il fenomeno attingendo da fonti certe al fine di acquisire maggiori strumenti per raggiungere un’opinione solida, critica e strutturata senza mai dimenticare che ad oggi i rifiuti radioattivi italiani sono ospitati in luoghi non più idonei e richiedono quindi nuove e sicure collocazioni.


* ISIN: Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione è oggi l’autorità di regolamentazione competente in materia di sicurezza nucleare e di radioprotezione, indipendente ai sensi delle Direttive 2009/71/Euratom e 2011/70/Euratom. L’Ispettorato assorbe tutte le funzioni in materia di sicurezza nucleare e di radioprotezione già attribuite in passato dalla legislazione nazionale al CNEN, all’ENEA DISP, all’ANPA, all’APAT e, infine, al Dipartimento nucleare, rischio tecnologico e industriale, al Centro Nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione, nonché all’Area Fisica del Centro Nazionale per la rete nazionale dei laboratori per le attività in materia di radioattività dell’ISPRA. ​


Per approfondimenti:


La cover del post è la copertina del primo disco dei Kraftwerk, Radio-Activity

Le immagini del post sono tratte da http://www.depositonazionale.it