Tracce dal passato: un viaggio nel tempo nel ghiacciaio più a sud d’Europa
Una missione scientifica ha estratto una carota glaciale dal Ghiacciaio del Calderone, sul Gran Sasso, prima che il riscaldamento globale lo cancelli per sempre
Il ghiacciaio del Calderone, incastonato sul versante nord del Corno Grande del Gran Sasso, è il corpo glaciale più meridionale d’Europa. Ma le temperature in aumento ne stanno decretando la fine. Sottile e frammentato, questo ghiacciaio residuale perde circa un metro di spessore ogni anno. È un archivio naturale in via di estinzione.
Per questo motivo, nei mesi scorsi è stata estratta una carota di ghiaccio profonda: un’operazione complessa e delicata che ha visto il coinvolgimento di un nutrito gruppo di scienziati e tecnici. Le informazioni contenute in questo campione glaciale ci aiuteranno a ricostruire il passato climatico del Gran Sasso e dell’intero Appennino centrale. E a salvare, almeno in parte, la memoria di un ghiacciaio che sta per scomparire.
Preparare l’impossibile
La missione sul Calderone è parte del progetto internazionale Ice Memory, coordinato in Italia dall’Istituto di Scienze Polari del CNR, con la partecipazione di ricercatori del CNR, dell’INGV, dell’Università Ca’ Foscari Venezia e dell’Università degli Studi di Padova. L’obiettivo è raccogliere carote di ghiaccio da ghiacciai in via di estinzione per conservarle in un archivio criogenico in Antartide, a disposizione degli studiosi del futuro.
Tutto ha avuto inizio a settembre 2021, con una perlustrazione del ghiacciaio alla fine dell’estate. Le prime osservazioni lasciavano pochi dubbi: il ghiacciaio era in condizioni critiche e offriva un’unica possibilità di perforazione. Un colpo solo, da giocare con estrema precisione.

L’individuazione del punto migliore per la perforazione è avvenuta tra l’11 e il 13 marzo 2022, quando una task force di geofisici è salita sul ghiacciaio con strumentazione radar e geofisica. I ricercatori dell’INGV hanno eseguito profili GPR (Ground Penetrating Radar) su una superficie di circa 1,3 ettari, percorrendo salite e discese su neve e ghiaccio per un totale di oltre un chilometro.
Un radargramma in particolare ha rivelato uno spessore massimo stimato in circa 26 metri: quello sarebbe stato il punto da perforare.

Ma la sfida non era finita.
La sfida logistica
Il sito individuato si trovava su un pendio scivoloso e inclinato, un luogo tutt’altro che semplice per posizionare una sonda perforatrice da 4.500 kg. Era necessario costruire una piazzola stabile e sicura, capace di sostenere il peso e le sollecitazioni dell’intera operazione.
I primi giorni della campagna sono stati dedicati proprio a questo: la realizzazione, a mano e senza mezzi meccanici, di una base resistente su ghiaccio e neve. Un lavoro fisicamente impegnativo ma essenziale.
Nel frattempo, la strumentazione veniva trasportata nella conca glaciale, a quota 2.673 metri, grazie al supporto del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco. In particolare, è stato utilizzato l’elicottero Erickson Air Crane S-64, soprannominato la gru volante, in grado di sollevare carichi fino a 9.000 kg.

La perforazione
Dopo la preparazione logistica, sono iniziati i 12 giorni di perforazione vera e propria. Il ghiaccio del Calderone, però, si è mostrato estremamente plastico, caldo e intriso d’acqua, tanto da mettere in crisi la testa del carotiere, che faticava a incidere il ghiaccio e tendeva a impastarsi.
Il team ha dovuto adattarsi in tempo reale, modificando la testa di perforazione per renderla più efficace. Lavorando senza sosta, alla fine è stato raggiunto il fondo del ghiacciaio: 26 metri di profondità, confermando le stime iniziali dei radar INGV.
Il momento decisivo è stato segnalato da un cambiamento nel suono della sonda: un forte stridio, provocato dall’impatto della testa con la roccia basale. A quel segnale, tutti i presenti sono esplosi in un urlo di felicità liberatorio. Il lavoro era compiuto.

Un archivio per il futuro
La carota estratta dal ghiacciaio del Calderone è un archivio ambientale di valore eccezionale, che permetterà di analizzare le trasformazioni climatiche e ambientali dell’Appennino centrale e, più in generale, dell’intero bacino del Mediterraneo.
Subito al di sotto della sottile coltre di detriti superficiali, il ghiaccio si è mostrato progressivamente più pulito e compatto, ma con caratteristiche diverse da quelle dei ghiacciai alpini, a causa delle condizioni termiche estreme del sito.
Le analisi chimiche e isotopiche sul campione permetteranno di “viaggiare indietro nel tempo”, fornendo preziose informazioni sulla storia climatica della nostra penisola. E non solo: grazie al progetto Ice Memory, questa e altre carote saranno conservate in Antartide, in un archivio criogenico destinato a salvare la memoria del nostro pianeta.
Il viaggio indietro nel tempo è appena cominciato.
L’evento sui media:
Sul TG1 (a 3.20 dalla fine)
Le attività sul Calderone sono parte di una serie di spedizioni per lo studio e la conservazione dei ghiacciai italiani. Sono finanziate dal Ministero dell’Università e della Ricerca (con il Fondo Integrativo speciale per la Ricerca, Fisr) e con il supporto di AKU e KARPOS.
Le attività si svolgono nell’ambito del progetto internazionale IceMemory, coordinato in Italia dall’Istituto di Scienze Polari del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Il progetto ha lo scopo di prelevare carote di ghiaccio da ghiacciai che, a causa del cambiamento climatico, stanno scomparendo. Verranno raccolti in un archivio dei ghiacci, in Antartide, per metterlo a disposizione degli studiosi del futuro.
FOTO di Riccardo Selvatico per Cnr-Isp e Università Ca’ Foscari Venezia

