Accordo di Parigi: dieci anni dopo, a che punto siamo?
A dieci anni dalla firma dell’Accordo di Parigi, il bilancio complessivo mostra progressi reali ma ancora insufficienti per raggiungere l’obiettivo di 1,5°C. E la COP30 di Belém si è conclusa senza un accordo sull’eliminazione graduale dei combustibili fossili
di Lili Cafarella e Tommaso Alberti
Il 2024 è stato l’anno più caldo degli ultimi 175 anni: +1,55°C sopra i livelli preindustriali. In Europa, oltre l’85% del continente ha registrato giorni con temperature ben al di sopra della media, e circa il 12% ha battuto record storici. Le anomalie più forti hanno interessato Europa centrale, orientale e sud-orientale, con aumento di 2-3 °C rispetto ai valori climatici abituali. Il dato più allarmante? L’Europa si riscalda a un ritmo doppio rispetto alla media globale. Non è un fenomeno passeggero: coinvolge tutte le stagioni, tutte le latitudini e ogni aspetto della vita umana. Ghiacciai che si ritirano, mari più caldi ed ecosistemi in tensione ne sono la prova.
La soglia di 1,5°C è stata superata per la prima volta. Eppure, dieci anni fa, quando 196 Paesi firmarono l’Accordo di Parigi, proprio quell’1,5°C era l’obiettivo da non oltrepassare. Un singolo anno sopra la soglia non vuol dire che i nostri sforzi sono stati vani, questo perché i processi climatici si valutano su periodi lunghi (tipicamente 20-30 anni) ma la situazione attuale non promette nulla di buono neanche sul medio termine.
Cosa è successo in questo decennio? Dove hanno portato gli impegni presi a Parigi?
Da Kyoto a Parigi: una nuova visione globale
Il 15 dicembre 2015, alla COP21 di Parigi, nasce il primo trattato universale e giuridicamente vincolante sui cambiamenti climatici. L’Accordo di Parigi supera i limiti del Protocollo di Kyoto del 1997 introducendo un approccio diverso: ogni Stato definisce i propri obiettivi di riduzione delle emissioni attraverso i Contributi Nazionali Determinati (NDC), calibrati sulle proprie capacità economiche. Gli NDC non sono giuridicamente vincolanti: ogni Paese decide autonomamente il livello di ambizione e non esistono sanzioni in caso di mancato rispetto.
Tre i pilastri su cui poggia l’Accordo:
- Mitigazione
Ogni Paese presenta e aggiorna ogni cinque anni un Nationally Determined Contribution (NDC), definendo obiettivi e misure per ridurre le proprie emissioni di gas serra. - Adattamento
Gli Stati elaborano strategie nazionali per affrontare gli impatti già in atto—gestione delle risorse idriche, agricoltura resiliente, protezione degli ecosistemi—rafforzando la capacità di adattamento. - Sostegno finanziario
I Paesi più avanzati economicamente forniscono supporto finanziario, tecnico e di capacity-building a quelli più vulnerabili, per favorire sia la transizione energetica sia la resilienza climatica.
L’obiettivo principale è chiaro: mantenere l’aumento della temperatura media globale al di sotto dei 2°C rispetto ai livelli preindustriali, puntando a limitare il riscaldamento a 1,5°C entro fine secolo.
L’Accordo è entrato in vigore il 4 novembre 2016, un tempo record per un trattato internazionale. Oggi conta 194 Paesi e l’Unione Europea tra i firmatari, che insieme rappresentano oltre il 97% delle emissioni globali.
Non sono mancati i momenti di tensione: l’uscita degli Stati Uniti nel 2020 sotto l’amministrazione Trump, il rientro nel 2021 con Biden e, più recentemente, il nuovo avvio della procedura di recesso da parte dell’amministrazione Trump nel gennaio 2025, mostrano quanto gli orientamenti politici interni possano influenzare la continuità degli impegni climatici.
Nonostante queste oscillazioni, l’Accordo ha retto e continua a rappresentare il quadro di riferimento globale per la transizione energetica.

La transizione energetica: una rivoluzione a metà
Il decennio 2015–2025 ha visto una vera rivoluzione nel costo delle energie rinnovabili.
Produrre energia con grandi impianti solari costa oggi il 59% in meno rispetto al 2015, l’eolico onshore il 26% in meno (fonte: IRENA, Renewable Power Generation Costs 2024). La capacità solare è esplosa: da circa 200 GW del 2015 a oltre 600 GW installati nel solo 2024. Nel 2024, le fonti rinnovabili hanno coperto oltre il 30% della generazione elettrica mondiale (IEA 2025).
Sul fronte della trasparenza l’avvio dell’Enhanced Transparency Framework (nuovo meccanismo di trasparenza sui progressi dei Paesi) ha reso più chiaro e monitorabile l’andamento degli impegni nazionali, migliorando la fiducia reciproca tra gli Stati.
Ma c’è un dato che svuota di significato questi progressi: nel 2024 le emissioni globali hanno toccato 53,2 miliardi di tonnellate di CO₂ equivalente, +1,3% rispetto al 2023. Un nuovo massimo storico (fonte: EDGAR 2025).
In altre parole, stiamo costruendo più pannelli solari e pale eoliche, ma continuiamo a emettere più CO₂ di prima. La crescita delle rinnovabili non sta sostituendo i combustibili fossili abbastanza velocemente: li sta affiancando.
Il paradosso cinese: leader verde e primo emettitore mondiale
La Cina è oggi il più grande paradosso climatico del pianeta. È il primo emettitore mondiale con 14,3 Gt CO₂eq nel 2024 (il 27% delle emissioni globali), ma è anche il principale motore della transizione energetica.
Nel 2024 la Cina ha installato oltre il 50% della nuova capacità solare ed eolica globale e ha superato i 2000 GW di capacità rinnovabile totale. Ha investito quasi 900 miliardi di dollari in energia pulita, più di Stati Uniti e Unione Europea messi insieme.
Eppure il carbone copre ancora il 56% del suo mix energetico. Negli ultimi due anni la Cina ha autorizzato nuove centrali a carbone a un ritmo incompatibile con la traiettoria di 1,5°C. Come è possibile?
La spiegazione sta nella scala della crescita economica cinese. L’economia cresce, la domanda di energia esplode, e le rinnovabili — pur crescendo a ritmi impressionanti — non riescono ancora a soddisfarla completamente. Il carbone rimane la fonte più rapida e economica per colmare il divario. La Cina sta costruendo il futuro energetico del pianeta, ma non riesce ancora a spegnere il motore che ha alimentato la sua crescita negli ultimi trent’anni.
Il governo cinese ha fissato due obiettivi: picco delle emissioni prima del 2030 e neutralità carbonica entro il 2060. Il mondo osserva, perché senza la Cina non c’è soluzione alla crisi climatica.
Chi ha fatto meglio e chi peggio
Il Climate Change Performance Index (CCPI) 2025 offre un confronto delle politiche climatiche nazionali. Anche quest’anno i primi tre posti della classifica restano volutamente vuoti: un segnale forte, che indica come nessun Paese stia facendo abbastanza per allinearsi pienamente agli obiettivi dell’Accordo di Parigi.
Al 4° posto troviamo la Danimarca, seguita da Estonia (5°) e Filippine (6°), considerate tra le nazioni più virtuose.
Guardando ai grandi emettitori del G20, alcuni segnali positivi emergono comunque:
- India (7° posto globale): pur restando tra i maggiori emettitori, ha compiuto passi avanti notevoli nelle energie rinnovabili e nell’efficienza energetica.
- Germania (14° posto): conferma la sua leadership in Europa, con l’impegno a ridurre le emissioni del 65% entro il 2030 rispetto al 1990.
- Unione Europea (16° posto): con il Green Deal europeo punta a tagliare le emissioni di almeno il 55% entro il 2030 e a raggiungere la neutralità climatica al 2050.
In fondo alla classifica rimangono Arabia Saudita, Iran ed Emirati Arabi Uniti, ancora fortemente dipendenti dai combustibili fossili. Gli Stati Uniti, pur avendo compiuto progressi con l’Inflation Reduction Act, restano tra i maggiori emettitori pro capite e risentono delle incertezze politiche interne.

L’Italia: un caso di studio preoccupante
Il quadro italiano non è incoraggiante. Negli ultimi tre anni il nostro Paese ha perso terreno nelle classifiche internazionali sul clima: dal 29° posto nel 2022 al 43° nel 2025, secondo il Climate Change Performance Index.
Il rapporto evidenzia criticità precise. L’Italia ottiene risultati medi per la riduzione delle emissioni e per l’uso energetico, ma performance basse per le energie rinnovabili e le politiche climatiche. Il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) non include un obiettivo di riduzione complessiva delle emissioni al 2030, elemento che pesa sulla valutazione.
L’aggiornamento del PNIEC nel 2024 prevede che entro il 2030 il 39,4% del consumo finale lordo provenga da fonti rinnovabili, pari a 131 GW di capacità installata. Tuttavia, settori cruciali come trasporti, riscaldamento domestico e agricoltura continuano a generare emissioni superiori agli obiettivi europei, con uno scarto di oltre 2,8 milioni di tonnellate di CO₂. Queste difficoltà riflettono anche fattori strutturali: lentezze autorizzative, opposizioni locali agli impianti e una forte dipendenza dai combustibili fossili nel riscaldamento domestico.
L’Italia si trova in una fase di rallentamento rispetto alla media europea. Per invertire la rotta serviranno scelte più decise: potenziare lo sviluppo delle rinnovabili, ridurre i sussidi ai combustibili fossili e accelerare gli interventi nei settori che più contribuiscono alle emissioni.

Mappa globale del Climate Change Performance Index (CCPI) 2024 che mostra la valutazione complessiva delle performance climatiche dei Paesi: dai livelli “Very High” (verde scuro) ai “Very Low” (rosso), con alcuni Paesi non inclusi (grigio). Il CCPI analizza quattro categorie — emissioni, energie rinnovabili, uso energetico e politica climatica — per misurare l’allineamento degli Stati agli obiettivi dell’Accordo di Parigi.
Il nodo dei finanziamenti: promesse tradite
I 100 miliardi di dollari annui promessi per aiutare i Paesi in via di sviluppo sono arrivati solo nel 2023, con tre anni di ritardo. Questo ritardo ha incrinato la fiducia tra Nord e Sud del mondo, rallentando la cooperazione. Molti Paesi vulnerabili hanno evidenziato come i finanziamenti effettivi restino inferiori alle promesse e insufficienti rispetto ai bisogni crescenti.
Alla COP30, gli Stati hanno approvato l’obiettivo di triplicare i fondi per l’adattamento entro il 2030, senza però definire impegni quantitativi né una ripartizione degli oneri. Il rischio è che questo schema si ripeta: nuove promesse, stessi ritardi.
Dove siamo davvero
Nel 2015 il mondo era su una traiettoria di circa +3,8°C entro fine secolo. Oggi le stime convergono su +2,5–2,9°C. È un progresso rilevante: abbiamo guadagnato circa un grado di riscaldamento, ma resta ancora lontano dall’obiettivo di 1,5°C.
L’IPCC AR6 indica una probabilità superiore al 50% che il riscaldamento globale superi 1,5°C tra il 2021 e il 2040. Il Global Stocktake presentato alla COP30, il primo bilancio decennale dell’Accordo, ha confermato che le politiche attuali non sono compatibili con la traiettoria di 1,5°C.
Alla COP30 una parte dei Paesi ha presentato gli NDC aggiornati, mentre molti altri li hanno rinviati o inviati in forma incompleta. L’Unione Europea ha proposto una riduzione delle emissioni nette del 90% entro il 2040. Stati Uniti, Cina e India non hanno presentato nuovi obiettivi completi.
Il negoziato di Belém ha mostrato con chiarezza questa asimmetria. Nonostante gli sforzi di oltre ottanta Paesi — tra cui l’UE — il testo finale non include alcun riferimento all’eliminazione graduale dei combustibili fossili, uno dei punti più attesi del vertice. La presidenza brasiliana ha introdotto due strumenti volontari (la Global Mutirão decision e la Belém Mission to 1.5) per accelerare l’attuazione degli impegni esistenti, ma il nodo politico della transizione energetica rimane aperto.
Che cosa ci dicono questi primi dieci anni
L’Accordo di Parigi ha orientato politiche, investimenti e sistemi di monitoraggio delle emissioni. Ha creato un linguaggio comune e un quadro di riferimento che prima non esisteva. Ma il ritmo attuale delle trasformazioni non è sufficiente.
La mancanza di un impegno per l’eliminazione graduale dei combustibili fossili e la debolezza degli impegni finanziari evidenziano la difficoltà di tradurre gli obiettivi in azioni concrete. Nonostante gli impegni “net-zero”, molte infrastrutture fossili continuano a essere costruite o ampliate.
Il primo decennio dell’Accordo di Parigi mostra una dinamica evidente: la risposta internazionale c’è, ma procede con una lentezza incompatibile con il ritmo del riscaldamento globale.
Il prossimo decennio ci dirà se l’Accordo di Parigi è stato l’inizio di una trasformazione o solo un rallentamento del disastro.
Letture suggerite
Fonti primarie e rapporti ufficiali:
EDGAR – GHG Emissions of All World Countries (2025)
Joint Research Centre – European Commission, EDGAR 2025
Ultimo aggiornamento globale delle emissioni di gas serra, con dati 1970–2024 per tutti i Paesi e settori.
UNFCCC – Global Stocktake 2023 Synthesis Report
Sintesi ufficiale del primo bilancio globale dei progressi dell’Accordo di Parigi, pubblicato nel 2023 e aggiornato nel 2025.
European Environment Agency (EEA) – Trends and Projections in Europe 2024
Analisi dei progressi dell’UE verso gli obiettivi 2030 e 2050, con dati disaggregati per settore e Paese.
UNFCCC – The Paris Agreement
Il sito ufficiale dell’accordo con tutti gli aggiornamenti sui NDC e ratifiche.
IPCC Sixth Assessment Report (2021-2023)
Il rapporto scientifico più autorevole sui cambiamenti climatici.
IPCC AR6 Synthesis Report
La sintesi finale dei risultati scientifici sul clima.
WMO – State of the Global Climate 2024
Il bilancio annuale dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale, con dati ufficiali su temperature, eventi estremi e ghiacci.
Performance e analisi comparative:
Climate Change Performance Index 2025
L’indice più completo per confrontare le performance climatiche dei paesi (Germanwatch, NewClimate Institute, CAN International).
NewClimate Institute – CCPI 2025
Analisi dettagliate delle performance nazionali.
Energia e transizione:
IRENA – Renewable Power Generation Costs in 2024
Report di riferimento sui costi delle rinnovabili (solare, eolico, idroelettrico), utile per i dati sulla riduzione dei prezzi.
IEA – World Energy Outlook 2024
L’analisi più completa sulle prospettive energetiche globali e sulle traiettorie compatibili con gli obiettivi climatici.
Documenti italiani:
Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC)
Il documento ufficiale italiano con obiettivi e strategie climatiche.
